Russia e nuova Europa: una resa dei conti?

Le relazioni del convegno online dello scorso 26 ottobre.

Le recenti elezioni in Polonia e le prospettive politiche

di Francesco Galofaro, università IULM di Milano.

Comincerei questo mio intervento dalla novità: il governo polacco uscente, espressione del partito Diritto e giustizia, è stato battuto alle recenti elezioni. Mentre scrivo queste righe sono in corso le consultazioni tra il presidente Duda e le forze politiche, ma Diritto e giustizia non sembra avere i numeri per governare anche se è il primo partito con il 35,4% dei voti: ufficialmente, infatti, le altre forze rifiutano ogni accordo nell’intento dichiarato in campagna elettorale di formare un governo di coalizione ampia[1].

I risultati

La coalizione che si candida a governare è molto eterogenea. Può ricordare, per fragilità, quella che diede vita, in Italia, al secondo governo Prodi, come hanno scritto alcuni commentatori internazionali[2]. Si tratta di tre liste: innanzi tutto, Coalizione civica, una forza di ispirazione cristiana liberale guidata da Donald Tusk, ex presidente del Partito popolare europeo. Questa forza si è attestata al 30,7%. La seconda lista è Terza via, un’altra formazione di destra, al 14,4%; la terza gamba della coalizione è la lista Sinistra, una coalizione di forze socialdemocratiche e radicali con un programma piuttosto avanzato, che si è però fermata all’8,61% perdendo mezzo milione di voti rispetto alle scorse elezioni. Il risultato è anche il frutto di una serie di accordi di desistenza nei collegi-chiave, tra cui il collegio estero del senato.

Per completare il panorama elettorale, occorre infine ricordare la lista Confederazione Libertà e Indipendenza, una forza di estrema destra contraria all’invio delle armi in Ucraina, che ha preso il 7,16% deludendo le aspettative della vigilia.

La dialettica politica

In sostanza, in Polonia, il confronto politico si dà tra due diverse culture di destra: l’una, incarnata prevalentemente da Diritto e giustizia, è una destra sociale, conservatrice, che ha istituito assegni per le famiglie e innalzato l’età pensionabile; l’altra, quella di Coalizione civica, è una destra dogmaticamente liberista, cristiano-liberale, vicina al PPE, che a suo tempo si rifiutò di intervenire a sostegno delle famiglie quando le banche le hanno costrette ad aprire mutui in franchi svizzeri, mandandole in rovina. Questa applicazione cieca e ideologica del liberismo è costata a Tusk otto anni di opposizione; non è chiaro se abbia fatto tesoro della lezione. Ad ogni modo, la prima caratteristica della cultura politica polacca da tenere a mente è: la sinistra è politicamente minoritaria. Nel 2004, il governo socialdemocratico, erede del comunismo, confluito nell’alveo del Partito socialista europeo, fu sonoramente sconfitto in seguito a scandali ed episodi di grave corruzione e la sinistra perse complessivamente il 20% dei consensi. Da allora le svariate formazioni e coalizioni di sinistra non hanno più raggiunto la credibilità necessaria a presentarsi come opzione politica autonoma.

Il conflitto con l’Unione Europea

Le elezioni segnano la chiusura di una fase storica per la Polonia, ma non se ne vede ancora un’altra. Infatti, la coalizione che formerà il nuovo governo ha programmi molto eterogenei; è unita solo dalla volontà di riportare la Polonia sotto l’egida dell’Unione Europea, chiudendo otto anni di attriti. L’ex governo di Diritto e giustizia ha dato vita a politiche nazionaliste di conflitto con Bruxelles e con l’Europa a trazione tedesca, specie sul tema della subordinazione dei giudici al potere esecutivo. Per questo ha accumulato oltre mezzo milione di euro in multe soltanto nell’ultimo anno. Inoltre, ha polemizzato con la Germania, che chiedeva un innalzamento dell’età pensionabile ai livelli della UE, e con l’Ucraina: i polacchi hanno imposto dazi al grano ucraino per non mandare in rovina i propri agricoltori, che sono una percentuale rilevante del Paese.

Per comprendere meglio questi conflitti, è importante ricordare che l’Unione Europea degli ultimi decenni è stata prevalentemente guidata dalla Germania, la quale ne ha inoltre tratto i maggiori benefici in termini di bilancia commerciale[3]. La seconda caratteristica della cultura politica polacca da tenere a mente è la competizione con la Germania, dimostrata dalla lunga storia di conflitti tra i due Paesi[4].

Laicità

Sarebbe ideologico credere che Diritto e giustizia abbia perso il potere perché nel corso degli ultimi otto anni ha cancellato il diritto di aborto e brutalizzato gli omosessuali. In realtà il diritto di aborto era già stato eliminato dai governi precedenti ed era ammesso soltanto per i casi in cui era a rischio la salute della donna. È questo diritto “residuale” ad essere stato cancellato dal PiS. Inoltre, il governo Tusk aveva istituito l’ora di religione obbligatoria nelle scuole assecondando in tutti i modi la confederazione dei vescovi, che in seguito gli ha voltato le spalle per appoggiare Diritto e giustizia. Una terza caratteristica della cultura delle forze politiche polacche (non dei cittadini) è la seguente: la Polonia non è una nazione laica, se mi è concesso l’uso di un termine pericolosamente ideologico.

Motivi economici della svolta politica

La vera ragione per cui Diritto e giustizia ha perso i propri consensi è la fine di un ciclo economico positivo che si è aperto in Polonia nel 2005 dopo l’ingresso nell’Unione europea. Questo ciclo, che ha visto la disoccupazione scendere e il PIL crescere a ritmi del 5% l’anno, si è chiuso con la crisi del COVID, prima, e con lo scoppio della guerra in Ucraina, poi. L’inflazione è schizzata al 12%, toccando il 20% per quanto riguarda la spesa alimentare. La crescita si è azzerata e la spesa sociale ha prodotto un’impennata nel debito pubblico[5]. Dunque, Diritto e giustizia è stato licenziato perché il suo governo è stato avvertito come un limite a un ulteriore sviluppo delle forze produttive.

Contraddizioni interne al futuro governo

Donald Tusk e Coalizione civica faranno gli interessi della propria base sociale. Per rientrare nel modello di Bruxelles, taglieranno la spesa pubblica e innalzeranno l’età pensionabile per contenere il debito pubblico del Paese, creando forti disuguaglianze, come già era accaduto nel periodo tra del primo governo Tusk, tra il 2007 e il 2013. Questo porterà Coalizione civica in urto con la sinistra. Se anche queste forze trovassero un accordo per restituire dignità alle donne e per dare maggiori diritti agli omosessuali, non risolverebbero nessuno dei problemi della loro economia. Questi problemi dipendono in primo luogo dalla guerra. Forse Tusk spera che la guerra si risolva prima della fine del suo mandato, ma una cosa è certa: il nuovo governo non ha posizioni pacifiste. La quarta caratteristica della cultura politica Polacca da ricordare, infatti, è la competizione con la Russia, con alti e bassi, almeno dal XVI secolo[6].

Le quattro caratteristiche strutturali della cultura politica polacca

Chiudo l’approfondimento elettorale per ricapitolare le caratteristiche della cultura politica polacca che non dipendono dal colore del governo. Per quanto riguarda la politica interna, la sinistra è minoritaria e le forze politiche polacche non sono laiche, per lo meno secondo gli standard occidentali. Questi due tratti sono figli della caduta del comunismo in quel Paese. I diritti delle donne, come quelli dei lavoratori, sono stati più o meno assimilati, in passato, al comunismo. Per quanto riguarda la politica estera, la Polonia è in conflitto con Germania e Russia e deve evitare una manovra a tenaglia se vuole sopravvivere come nazione indipendente e affermarsi come potenza egemone. Questo spiega molte cose: il conflitto con la UE a trazione tedesca e il ruolo di fiero alleato degli USA che la Polonia ha sempre impersonato per tutelarsi dai suoi avversari storici. Ricordo che, insieme agli USA di Barack Obama, la Polonia è stata la principale avversaria del Nord Stream, che rappresentava, dal punto di vista di Varsavia, la concretizzazione dell’intesa russo-tedesca ai suoi danni.

Vecchia e nuova Europa

Talvolta si legge che l’opposizione tra vecchia e nuova Europa è una categoria della destra americana, la quale tenta di utilizzare la seconda contro la prima. In realtà, l’opposizione vecchio/nuovo era già utilizzata in un libro del 2004, dal titolo Old Europe, New Europe, Core Europe[7]. Si tratta di un dibattito tra grandi intellettuali europei sull’allargamento ad Est dell’Unione. Vi parteciparono, tra gli altri, Habermas, Derrida, Rorty, Savater, Vattimo, Susan Sontag. Tra gli italiani ricordo in particolare Barbara Spinelli e Umberto Eco. Molte voci esprimevano scetticismo sull’allargamento a est dell’Unione, a includere popoli “non educati alla democrazia”. Umberto Eco rispose provocatoriamente scrivendo che non solo si doveva allargare la UE alla Repubblica Ceca, Cipro, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia, Slovenia, ma sarebbe stato un bene, in prospettiva, far entrare anche la Russia. Credo che questa posizione, nella sua ironia, avesse un che di preveggente rispetto ai drammi e alle contrapposizioni che stiamo vivendo oggi.

È molto chiaro che la cultura politico-giuridica della vecchia Europa si è fondata sull’antifascistmo; questo tratto manca alla nuova Europa, la quale nasce dall’anticomunismo in seguito alla caduta del muro di Berlino. Non è un caso che il Parlamento Europeo abbia dichiarato l’equivalenza di nazismo e comunismo, reinventando ideologicamente la storia dell’antifascismo ed assolvendo i liberali dalle proprie responsabilità politiche e morali. Si tratta chiaramente di un compromesso tra le due culture, che presenta l’Unione europea ordoliberista attuale come l’unico orizzonte politico pensabile[8].

Dal punto di vista della vecchia Europa, la nuova Europa non sembra “vaccinata” rispetto alle derive autoritarie di destra. Poiché questo gruppo di Paesi è in competizione tanto con la Germania quanto con la Russia, lo storico di origine polacca Piotr Wandycz, professore a Yale, coniò il termine Europa centro-orientale per sottolineare la specificità di questa regione tanto rispetto all’area germanica quanto al mondo russo[9]. La previsione di Wandycz si è concretizzata nella fondazione, nel 1991, del gruppo di Visegrád, comprendente Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e, naturalmente, Polonia. Aggiungerei che Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia sono entrate nella NATO, nel 1997, prima di entrare nella UE – contro il luogo comune che vuole la UE come anticamera della NATO. Il loro obiettivo era quello di tutelarsi tanto dalla Russia quanto dalla Germania. Il presidente della Polonia era all’epoca Aleksander Kwaśniewski, che era stato ministro dello sport nella Polonia comunista ed era il leader del partito socialdemocratico, erede del Partito operaio unificato polacco: lo sottolineo per dimostrare come questo tratto della politica estera polacca non dipenda minimamente dal colore politico del governo, ma sia strutturale e stabile.

L’immediato futuro

Nell’immediato, una composizione del conflitto con l’Unione riaprirà il flusso dei finanziamenti verso la Polonia. Al momento, 34 miliardi di euro sono sospesi a causa delle multe che la Polonia deve pagare[10]. Il governo non è ancora formato, e già Tusk ha avviato pressioni sulla UE per avere questi fondi, grazie ai quali il nuovo governo potrà riprendere lo sviluppo delle proprie infrastrutture, al momento interrotto. I funzionari UE si sono mostrati possibilisti, subordinando tuttavia lo sblocco dei fondi alla realizzazione delle riforme richieste. Il completamento e il potenziamento delle infrastrutture potrà senz’altro contribuire a un rilancio complessivo dell’economia polacca, tuttora strozzata da svariati colli di bottiglia.

La guerra

Detto questo, come scrivevo sopra, riportare la Polonia nel modello di sviluppo ultraliberista della UE acuirà le disuguaglianze sociali senza assicurare alla Polonia un ritorno ai tassi di crescita che ha conosciuto a partire dal 2005. La nuova fase mondiale che si è aperta con la guerra in Russia ha portato il Fondo Monetario Internazionale a rivedere al ribasso le stime di crescita mondiali per i prossimi due anni, e il dato è particolarmente punitivo per l’Unione europea[11]. L’incognita principale è la guerra: se si protrarrà, sarà difficile arginare il tasso di inflazione ed inevitabile che i costi continuino a ricadere sulla classe media e sui lavoratori, come del resto sta accadendo anche in Italia. Il conflitto con la Russia ha chiuso anche i corridoi commerciali che la Polonia aveva nei confronti della Cina, attraverso la Belt & Road Initiative, la nuova via della seta. In funzione di questi corridoi la Polonia aveva modernizzato le proprie infrastrutture ferroviarie, proponendosi come porta d’oriente dell’Europa attraverso la Bielorussia, oggi chiusa al transito delle merci[12]. La Polonia aveva approfittato di ingenti finanziamenti europei per ricostruire le strade ferrate. Anche noi italiani ci abbiamo guadagnato, perché abbiamo fornito alle ferrovie polacche treni ad alta velocità (il famoso pendolino). Allo scoppiare del conflitto, la Polonia ha dunque sacrificato alle direttrici storiche della propria politica estera le indubbie opportunità economiche che provenivano da questa grande opportunità.

Il risveglio dell’Asia

Si tratta di un problema relativo al modo in cui la cultura polacca si autorappresenta dal medioevo ad oggi: come bastione della civiltà europea, non come porta verso altre civiltà. La letteratura polacca coltiva il mito del risveglio dell’Asia e dell’invasione, per cui dall’Asia non vengono opportunità di scambio, ma minacce: i mongoli pagani, i turchi musulmani e gli ortodossi russi. Coltiva anche il mito della nostalgia verso le kresy, le fertili terre ucraine perdute che il commonwealth polacco lituano aveva incorporato nel periodo tra il XV e il XVIII secolo, e di città che hanno ancora una forte impronta culturale polacca, come Leopoli[13].

In questa situazione il cambio di governo non muterà i rapporti negativi della Polonia con la Russia, come ha peraltro commentato anche Putin. Tanto nell’alleanza atlantica tanto in Europa, la Polonia continuerà a guidare il fronte oltranzista nei confronti della Russia, anche in funzione antitedesca, perfino contro i propri interessi economici. In questo modo rimarranno elevate le possibilità di una cronicizzazione del conflitto, con grave danno per l’economia europea e in particolare per il ceto medio e la classe lavoratrice.

Conclusioni

Se anche la guerra ucraina dovesse terminare presto, questo non garantirebbe un ritorno immediato alla situazione precedente, dato che il baricentro dell’economia russa si è spostato prevalentemente in Asia verso la Cina. Tuttavia, la Polonia avrebbe la possibilità di ritornare vicina ai tassi di crescita che hanno preceduto la pandemia, perché si tratta di un Paese in gran parte poco sviluppato con grandi potenzialità e con molte possibili collaborazioni commerciali con Paesi come l’Italia. Se anche i cuori di chi ci governa dovessero restare sordi alle motivazioni morali circa i costi di vite umane, di sofferenze e di distruzione dell’ambiente che il conflitto comporta, dovrebbero prestare orecchio ai costi economici reali che da qui al ’25 getteranno in uno stato di povertà gran parte dei cittadini europei.


[1] In base a una tradizione consolidata, lo scenario più probabile è che il presidente Duda affidi l’incarico di formare un governo al capo del governo uscente Mateusz Morawiecki, membro del Partito Diritto e Giustizia, e che si rivolga a Donald Tusk, leader delle opposizioni, solo una volta verificato che i conservatori non abbiano una maggioranza parlamentare: cfr. Magdalena Chodownik, “Polonia. La vittoria di Tusk non basta. Ai nazionalisti il compito di formare il governo?”, Euronews, 24 ottobre (consultato il 30 ottobre 2023). Lo scenario auspicato da Diritto e Giustizia, invece, prevede elezioni anticipate e la formazione di una nuova coalizione contro Tusk, estesa al Partito contadino e che coinvolga Terza via, una formazione di destra che attualmente tratta per formare un governo di coalizione con Tusk: cfr. “Polish president drags out formation of new government”, 27 ottobre 2023, https://www.aa.com.tr/en/europe/polish-president-drags-out-formation-of-new-government/3033989 (consultato il 30 ottobre 2023). Per questo motivo i conservatori polacchi agitano lo spauracchio dei condizionamenti che la sinistra sarebbe in grado di esercitare sul nuovo governo di Tusk.

[2] È quanto scrive lo storico della Polish Academy of Sciences Tom Junes, “’No Country for Old Men’: How young voters helped swing the elections in Poland”, Euronews, https://www.euronews.com/2023/10/18/no-country-for-old-men-how-young-voters-helped-swing-the-elections-in-poland (consultato il 30 ottobre 2023).

[3] Si veda Vladimiro Giacché, Costituzione italiana contro Trattati europei, il conflitto inevitabile, Imprimatur, Reggio Emilia, 2015, p. 29. La Francia invece ha perso in termini di bilancia commerciale: cfr. Vladimiro Giacché, “Ma quale austerità: i compiti a casa li facciamo solo noi”, La Verità, 12 agosto 2019, p. 11. Aggiungo che, da quando la Polonia ha aderito alla UE, la sua bilancia commerciale è stata raramente in attivo nonostante il Paese non abbia aderito alla moneta unica.

[4] Mi riferisco soprattutto alle spartizioni della Polonia tra Impero austroungarico, Prussia e impero russo a partire dal 1772 e a quella del 1939 in seguito al patto Molotov-Ribbentrop. Tuttavia, anche in precedenza l’affermazione dello Stato polacco-lituano aveva dovuto fare i conti con i cavalieri teutonici e con il dominio asburgico. Il punto di vista polacco sulla storia dell’Europa centrale è espresso in Norman Davies, God’s Playground. A History of Poland, Oxford: Oxford University Press, 1981.

[5] Fonte dei dati economici: https://tradingeconomics.com.

[6] A parte gli eventi ricordati alla nota 3, tra il XVI e il XIX secolo si contano ben otto guerre tra Polonia e Russia, cui vanno aggiunte la partecipazione polacca alla Campagna di Russia napoleonica, la guerra sovietico-polacca (1919-1921), tre rivolte per l’autodeterminazione nel corso del XIX secolo. Ricordo che nel XVII secolo lo Stato polacco-lituano comprendeva l’Ucraina occidentale. Nel 1610 l’esercito polacco occupò Mosca e giunse ad esprimere il nuovo zar (Ladislao IV Vasa).

[7] Daniel Levy, Max Pensky, John Torpey (a cura di), Old Europe, New Europe, Core Europe, London e New York: Verso Books, 2005.

[8] Si veda João Arsénio Nunes, “Le ali angeliche del Parlamento Europeo”, in Marx Ventuno, n. 2-3, marzo-giugno 2021, pp. 241 – 255.

[9] Piotr S. Wandycz, The price of freedom: a history of East Central Europe from the middle ages to the present, London – New York: Routledge 1992, tr. it. Il prezzo della libertà: storia dell’Europa centro-orientale dal Medioevo a oggi, Bologna: Il Mulino 2001.

[10] Cfr. Henry Foy and Raphael Minder, “Donald Tusk lobbies leaders in Brussels to unblock Poland’s EU funds”, Financial Times, 25 ottobre 2023 https://www.ft.com/content/a0a698b7-4c7b-4464-b800-b5be30770c77 (consultato il 30 ottobre 2023).

[11] Cfr. World Economic Outlook: Navigating Global Divergencies, October 2023, https://www.imf.org/en/Publications/WEO/Issues/2023/10/10/world-economic-outlook-october-2023 (consultato il 30 ottobre 2023).

[12] Cfr. Jakubowski, A., Komornicki, T., Kowalczyk, K. & Miszczuk, A. 2020, “Poland as a hub of the Silk Road Economic Belt: is the narrative of opportunity supported by developments on the ground?”, Asia Europe Journal 18, pp. 367-396. 10.1007/s10308-020-00571-6.

[13] Ho approfondito questi aspetti nei termini di una semiotica della cultura in Francesco Galofaro, “La Polonia alla guida dell’Europa Centro-Orientale”, Centro studi nazionale “Domenico Losurdo”, settembre 2023 https://www.centrostudilosurdo.it/gruppi-di-lavoro/politica-internazionale-e-rapporti-internazionali/la-polonia-alla-guida-delleuropa-centro-orientale/ (consultato il 30 ottobre 2023).

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Kosovo e Balcani. Attualità e prospettive

di Massimiliano Calvo, responsabile esteri di Interstampa

Sono a relazionare di una terra ferita, intrappolata tra Ustascia collaborazionisti, razzisti albanesi, slavi venduti per 40 denari all’imperialismo, dollaro o euro è indifferente. Una terra che resiste da 24 anni all’indicibile pressione delle sanzioni unilaterali, dell’isolamento, del razzismo, della violenza: la Repubblica di Serbia e le Comunità Serbe che la compongono.

Molte informazioni contenute in questo testo sono state tratte da oltre 24 anni di pubblicazioni, analisi, ricerche e libri del compagno Enrico Vigna, portavoce del Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia (CIVG), che con il suo incessante lavoro continua a far arrivare in Italia la voce del popolo serbo.

Un’amicizia che viene da lontano,dai tempi delle iniziative di SOS Yugoslavia, con le adozioni a distanza dei giovani orfani degli operai ed operaie della Zastava di Kragujevac.

Fabbrica di automobili distrutta dai bombardamenti della Nato nel 1999, dagli aerei che decollavano carichi di morte dai territori occupati dello Stato italiano, le basi militari Usa e Nato, sottratti alla nostra giurisdizione.

Aerei che rientravano con le loro incancellabili scie di sangue innocente serbo, che ancora oggi segnano le nostre coscienze.

Quella con SOS Yugoslavia fu un’esperienza che coinvolse centinaia di Comunisti torinesi. Dimostrammo con i fatti cosa significasse la solidarietà internazionale dei comunisti a sostegno del popolo serbo, denunciando con chiarezza la complicità del traditore excomunista (sempre che lo fosse mai stato) l’allora Presidente del Consiglio dei ministri italiano, Massimo D’Alema.

Nella notte tra il 23 e 24 settembre si sono verificati nella provincia del Kosovo, fatti che non accadevano dal 2004: 5 morti, 4 serbi e un albanese, molti feriti, arresti diffusi e retate di massa nelle aree serbe. Si rischia di ricadere in una spirale di morte con conseguenze non quantificabili, alimentata dalle politiche razziste e scioviniste del fanatico al potere in Kosovo, lo sciovinista Albin Kurti, reggente delle autorità illegittime di Pristina e delle strategie, cosiddette stabilizzatrici, della Nato e degli Usa.

Cercando di seguire la traccia delle politiche terroristiche e vessatorie contro la popolazione serbo-kosovara della banda di Pristina cerchiamo di mettere a fuoco le responsabilità della situazione che si sta creando.

  1. le RESPONSABILITA’ di chi vuole, cerca, lavora strategicamente per propri interessi geopolitici, ad una situazione di conflitto permanente o poi dispiegato nella regione, con l’obiettivo primario della definitiva destabilizzazione della Serbia. Leggasi NATO e USA in primis.
  2. il totale fallimento e la conferma delle menzogne e falsità utilizzate nel 1999 per distruggere la RFJ. Gli obiettivi della NATO e della cosiddetta “comunità internazionale” occidentale, NON erano lo sviluppo e la pacificazione dell’area, visto che la condizione sociale e di vita della stessa popolazione kosovara è a livelli del Bangladesh (da dati ONU…) e le violenze, tensioni e criminalità, sono la vita quotidiana nella provincia serba, nonostante settemila e oltre militari KFOR ed Eulex. Oggi 24 anni dopo è sotto gli occhi di tutti
  3.  Questo è il prodotto delle politiche di Albin Kurti, un freddo e cinico prosecutore in doppio petto del sciovinismo guerrafondaio dei suoi predecessori dell’UCK. Fondato su  una metodologia terroristica, sul razzismo antiserbo, sulla negazione della multi etnicità, multi religiosità e della multiculturalità. e sul progetto della “Grande Albania”.
  4. Era prevedibile e umanamente comprensibile, al di là della politica, che, all’interno della Comunità serba kosovara, potesse nascere una componente che decidesse una scelta e una risposta disperata o meno. Una scelta di Resistenza anche armata, di non più accettazione nel vedere i propri diritti, i propri cari, il proprio presente colpiti e umiliati giorno per giorno da 24 anni, e senza alcuna prospettiva politica concreta di un futuro migliore. Ventiquattro anni di una vita quotidiana nella provincia, fatta di assassinii, ferimenti, arresti indiscriminati, pestaggi, incendi, discriminazioni e vessazioni anche contro bambini, donne e anziani, colpevoli solo di essere di etnia serba, ed una frustrazione per la mancanza da parte di tutti nel trovare una soluzione negoziata ed equilibrata, sotto l’egida del Diritto internazionale. Ora anche da dichiarazioni pubbliche in Serbia, di politici, analisti e militari, tra cui il presidente serbo, si sa che filtravano voci che indicavano da oltre un anno, che nella provincia serba, si stava organizzando una rete di Resistenza serba anche armata, alla violenza e alle umiliazioni subite quotidianamente da ventiquattro anni.

Il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic nel discorso alla nazione serba del 24 settembre Ha detto:

“… Cosa è successo veramente? I serbi del Kosovo e Metohija si sono ribellati, non volendo subire più il terrore di Kurti … Cosa è successo a Banjska? Una cosa incredibile: in appena un’ora e venti minuti, quelle decine di serbi sono stati circondati, ed è stato effettuato un attacco brutale contro di loro. Hanno dato a Kurti carta bianca per affrontare i rivoltosi, da quel momento sono stati uccisi tre serbi, due di loro sono stati sicuramente uccisi dal fuoco dei cecchini, quando non era necessario che venissero uccisi, altri due sono rimasti gravemente feriti e si teme che sia stata uccisa anche una quarta persona…Hanno usato i cecchini anche per attaccare case private, dove c’erano degli anziani. Da chi sono stati mandati lì … perché non è intervenuta la KFOR o Eulex? … Non voglio giustificare l’uccisione di un poliziotto albanese, è riprovevole e nessuno ne aveva bisogno, men che meno il popolo serbo, soprattutto nel momento in cui tutti si sono resi conto che Kurti è il principale organizzatore del caos e non c’è troppo da girare intorno al problema … Chiediamo a Pristina di rendere pubblici i filmati che hanno registrato i vari momenti, noi non abbiamo paura della verità, se loro non lo faranno significherà che sono loro a temerlaHanno scritto che pellegrini e monaci erano  tenuti in ostaggio o addirittura complici. Questo per attaccare la Chiesa ortodossa serba, il che è anch’essa una menzogna … Kurti è l’unico colpevole. L’unico che vuole conflitti e guerre. Nessuno vuole la guerra tranne lui e chi lo manovra. Il desiderio della sua vita è trascinarci in una guerra con la NATO, non ha altra ambizione. E questa è l’unica cosa che fa in giro per il mondo … Invito la comunità internazionale ad adempiere alle condizioni concordate all’ONU e a formare il Consiglio delle Comunità Serbe, nonché ad avere i poliziotti serbi nel nord, perché questo è l’unico modo per evitare che i serbi vengano perseguitati dai loro focolari secolari e per preservare la pace … Hanno sempre cercato un motivo per accusare la Serbia di qualsiasi cosa finché non riconosiamo l’indipendenza del Kosovo, questa è la sostanza: fare pressione sulla Serbia finché non riconosceremo l’indipendenza del Kosovo. E allora lo ripeto per l’ennesima volta, qui davanti alla nazione e a loro: nonostante tutto quello che avete fatto finora, compreso quello che avete compiuto oggi: non riconosceremo mai il Kosovo indipendente. Potete ucciderci tutti, la Serbia non riconoscerà mai il Kosovo indipendente, la bizzarra creazione che avete fatto con tutte le bugie possibili … Per noi, al di là di valutazioni e giudizi politici, i serbi morti nel conflitto con la polizia del cosiddetto Kosovo non saranno mai dei terroristiErano tutti padri di famiglia e uomini profondamente credenti e onesti, e saranno comunque onorati e considerati come caduti per la Serbia e la Patria Le nostre condoglianze vanno alle famiglie dei nostri fratelli serbi assassinati e anche a quella del poliziotto ucciso. Kurti è responsabile di tutto. Se non fosse stato per la polizia albanese, con quella serba, non sarebbe successo nulla … Nelle intercettazioni radio dei comandanti l’operazione, le battute erano ‘uccideteli tutti… i feriti possono anche morire, fate con calma…’ … Una cosa è certa, il Kosovo non otterrà mai l’indipendenza, almeno non dalla Serbia. Non ho alcun problema, qualunque cosa facciano i fattori esterni. Nei prossimi giorni decideremo a mente fredda come e in che modo proteggeremo la popolazione…”

Queste inequivocabili parole di Vucic sono espresse a seguito di continue intimidazioni e violenze subite dalla popolazione serbo-kosovara: da inizio anno fino ai fatti di settembre hanno dovuto subire 139 atti comprovati di violenza a sfondo etnico, documentati nelle zone in Kosovo Metohija, senza che le cosiddette forze di pacificazione fossero mai intervenute a ripristinare un minimo di legalità per permettere una forzata convivenza pacifica.

Stessa sorte incombe sulla comunità Rom del Kosovo che denuncia brutalità e violenza della polizia kosovara nella regione. Berisha di Opre Roma ha affermato che la comunità Rom in Kosovo è continuamente esposta alla violenza, alla discriminazione e all’emarginazione: “Non siamo qui per incitare all’odio o alla divisione. Ma diciamo a coloro che esercitano violenza contro la nostra comunità, che tali azioni non saranno tollerate e non saranno più accettate con il nostro silenzio, in tutto il Kosovo…”.

Va sottolineato che i Rom sono scappati per non subire oltre le violenze e solitamente vivono nelle aree dove vivono i serbi e, insieme a loro, in tutti questi anni hanno subito vessazioni e persecuzioni da parte delle autorità e della polizia kosovare.

Le criticità che stanno vivendo la popolazione serba non si limitano ai confini della provincia del Kosovo. La situazione nei Balcani è sempre più esplosiva, anche la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina è sotto costante minaccia. Ora hanno preso di mira direttamente il Presidente Dodik, che è stato messo sotto sanzioni da parte dell’imperialismo Usa, con atti che oltre a inibire le peculiarità della stessa figura di Presidente, bloccano di fatto tutta una serie di attività produttive sul territorio mettendo in grave difficoltà il tessuto produttivo e sociale della Repubblica, con gravi ricadute sulla quotidianità dei cittadini. Il Presidente e le autorità della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina hanno chiaramente minacciato la secessione se le sanzioni e le vessazioni che colpiscono la popolazione non vengono immediatamente annullate.

La situazione sul campo, secondo i referenti in Kosovo, è di altissima tensione, non solo per gli scontri, i feriti e gli arresti, ma per un contesto generale di cui sanno di essere parte, che può evolvere in diversi scenari, ma dove i prezzi da pagare saranno sicuramente alti e feriranno in qualsiasi caso l’identità serba. Il reggente di Pristina, A. Kurti, ha dichiarato di avere una lista di oltre mille serbi da arrestare. Le provocazioni UCK ricompaiono sui muri delle città nelle enclavi del Metohija, insieme ad incendi di auto, distruzione di murales e simboli serbi.

L’orlo del precipizio si avvicina, il ministro della difesa serbo Vucevic ha dichiarato che l’esercito è pronto per qualsiasi evenienza.

Per il Presidente Vucic, Kurti sta cercando di diventare lo “Zelensky locale” con il suo comportamento irresponsabile e le dichiarazioni provocatorie.

In molti leggono l’impennata provocatoriae violenta di Pristina collegata alla situazione in Ucraina, all’obiettivo di piegare il governo serbo all’adesione alle sanzioni ed al conseguente distacco dalla fraterna Russia, che è ferma nell’impedire il riconoscimento del Kosovo negli ambiti internazionali.

Gli scenari possibili per il popolo serbo, nonostante 24 anni di falsità, provocazioni ed attacchi da parte dell’imperialismo Usa e Nato e delle autorità di Pristina al loro servizio, non possono andare nella direzione di uno scontro diretto militare, anche se il 75/80% della popolazione serba nei sondaggi dichiara che sarebbe giusto e legittimo riprendersi la provincia con qualsiasi mezzo e reinserirla in uno stato di legalità interno al Diritto Internazionale ed alla Costituzione Serba, con il conseguente ripristino dei diritti civili, sociali, politici e religiosi, oggi negati; ma la realtà sul campo ed intorno al paese ne indica l’effettiva impossibilità.

Oltre 20 anni di sanzioni ed embargo hanno portato la condizione dello Repubblica Serba allo stremo delle proprie capacità di risposta. Potrebbe contare solo sul sostegno concreto e materiale della Russia, ma resterebbe isolata e sola, a tutti gli effetti, circondata com’è da paesi con governi ostili, le forza Usa e Nato presenti nell’area balcanica, oltre 10mila soldati e mezzi, e i terroristi dell’Uck che sono ormai diventati un esercito effettivo armato, addestrato e formato sotto mentite spoglie, così come accaduto in Ucraina durante gli anni di manipolazione diplomatica sviluppata con gli accordi di Minsk, utilizzati dall’imperialismo per formare l’esercito di carne da macello ucraino.

Si dovranno percorrere ancora una volta le vie diplomatiche per ritardare l’appuntamento con la resa dei conti militare.

A tal fine, oltre alla posizione netta della Russia in merito, espressa più volte dal ministro degli esteri Lavrov, la Serbia potrà contare su soggetti internazionali che potranno indirizzare i destini delle controversie balcaniche:

Turchia, Ungheria e Slovacchia, per diversi motivi, sono i segnali delle contraddizioni interne al fronte imperialista a guida Usa, ma soprattutto la Cina ed il Mondo Multipolare potranno far pesare tutta la loro nuova ritrovata carica per fare in modo che la Serbia abbia gli appoggi diplomatici nelle sedi internazionali.

Con la Cina, Belgrado ha stretto relazioni che vanno oltre il semplice rapporto di cooperazione. C’è una visione del futuro altamente sovrapponibile che permette ai 2 Paesi di potersi considerare paesi amici e di essere, l’uno per l’altra, nazioni che si pongono ad argine contro le minacce che ricevono dall’imperialismo Nato e Usa al limite dei loro rispettivi confini.

La Cina sostiene la sovranità e l’integrità territoriale della Repubblica Serba, così come questa sostiene la politica di un’unica Cina, e stimola costantemente il radicamento di un rapporto di profonda amicizia con la Repubblica Popolare Cinese.

Il rapporto tra i 2 paesi conta decenni di Storia, a partire dalla comune appartenenza al Movimento dei Paesi non Allineati, per arrivare alle ferite comuni subite durante i bombardamenti Nato su Belgrado del 1999 dove non venne risparmiata neppure l’ambasciata cinese ed il personale diplomatico che perì sotto la mano assassina dell’Occidente.

Dal 2009 ci fu un nuovo slancio nei rapporti economici e commerciali Sino-Serbi. Venne sviluppato un programma di ampia ricostruzione infrastrutturale nei settori della viabilità con autostrade, ponti e collegamenti ferroviari, dell’energia con la costruzione di centrali elettriche di nuova generazione.

È di pochi giorni fa la partecipazione della Serbia al terzo forum mondiale per il decimo anno dal lancio della Belt and Road Iniziative, La Nuova Via della Seta. Da Belgrado si è mossa la delegazione più numerosa e qualificata, con praticamente tutto il gabinetto di governo presente in Cina.

Sono stati stipulati accordi strategici di lunga durata, nel patto di costruire tra i 2 paesi un percorso per la realizzazione di un Futuro Condiviso, in una totale prospettiva strategica cementata dal rispetto e dal sostegno reciproco in ogni istanza, in uno scenario di massima cooperazione e mutuo vantaggio che andrà oltre gli accordi di pianificazione infrastrutturale ed innovazione tecnico-scientifica già definiti, ma che sviluppi relazioni win.win in tutti i settori, compreso quello diplomatico. L’Amicizia SinoSerba si svilupperà tramite scambi interpersonali e culturali, per fare in modo che siano le popolazioni ad ulteriormente consolidare i rapporti instaurati a livello istituzionale ed a trarne benefici diretti sotto l’aspetto individuale e collettivo.

Sono stati sottoscritti “l’Accordo di Libero Scambio” tra Cina e Serbia, ed importantissimi documenti di cooperazione quali “il Piano di Azione a medio termine per la Costruzione della B.R.I.” ed il “Memorandum di Intesa per la Cooperazione industriale e degli Investimenti”.

La Serbia, con la svolta del 3° Forum Internazionale sulla B.R.I., entra a far parte a tutti gli effetti di quel vasto schieramento di Paesi che stanno cooperando per la costruzione di una visione del mondo alternativa al mondo unilaterale ad egemonia Usa e Nato, ovvero i Paesi del cosiddetto Mondo Multipolare, che rappresentano quasi i ¾ della popolazione mondiale.

Oggi la Serbia, però, è compressa da un ricatto, imposto dall’imperialismo dell’Occidente, che rappresenta una trappola per l’esistenza stessa della nazione Serba, delle Comunità serbe nei Balcani: o accetta il riconoscimento dell’entità kosovara come soggetto statuale indipendente, tramite l’approvazione del cosiddetto “Accordo sulla via della normalizzazione delle relazioni tra “Kosovo e Serbia” presentato ed imposto, di fatto, alla Serbia il 27/02/23 e ribadito il 18/03/23 nella Macedonia Settentrionale in una forma di ultimatum “liquido”, accompagnato da minacce di misure e restrizioni economiche, finanziarie e su altri campi, in caso di mancato rispetto dello stesso dalla Serbia, o lo scenario che si aprirà sarà quello di un “possibile” attacco militare al territorio serbo, alle sue infrastrutture produttive ed energetiche, alla popolazione stessa, come confermato dal Consiglio Europeo del 24/03/23 in occasione del 24° anniversario dell’inizio dei bombardamenti Nato su Belgrado.

Desidero, in conclusione, farmi portatore delle richieste della Serbia:

Applicazione della Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza ONU:

Ritiro delle forze speciali kosovare dai comuni serbi del nord del Kosovo

Annullamento delle elezioni fasulle e dei sindaci eletti da nessuno

Sicurezza per i serbi in Kosovo e Metohija e ricollocazione della polizia serba nelle aree serbe

Creazione della “Comunità dei Comuni Serbi” (ZSO) sotto le leggi della Costituzione serba

Liberazione di tutti gli arrestati nelle manifestazioni di protesta.

Questa è l’unica prospettiva in grado di determinare processi di pace, sicurezza e cooperazione costruttiva durevoli.

Qualsiasi altro status imposto con la forza, minaccia, estorsione, in qualsiasi forma assunta, non potrà essere accettato, né favorirà la distensione, al contrario porterà a conflitti devastanti anche per il resto dell’Europa.

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Il limes orientale: Ucraina, la morsa dell’imperialismo e la guerra per procura

di Gianmarco Pisa, direzione “Cumpanis”

Di fronte alla tesi, ripetuta da più parti in riferimento alla guerra in corso in Ucraina, del ritorno della guerra «nel cuore dell’Europa», torna alla mente il vecchio adagio di Marx del “18 brumaio di Luigi Bonaparte”, secondo il quale «tutti i grandi fatti della storia universale si presentano, per così dire, due volte … la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa». Spesse volte, tuttavia, una ripetizione dolorosa e tragica.

Nel momento in cui si ricostruiscono, anche sommariamente, gli eventi, si “mostra la corda” di certi ragionamenti e affermazioni. Sarebbe un arduo esercizio retorico non ricondurre la situazione attuale alla transizione di fase avviata dal colpo di stato di “Euromaidan” del febbraio 2014, culmine del ciclo di proteste e di disordini inaugurati nel novembre 2013, che avevano visto come motivo scatenante la legittima decisione del legittimo governo ucraino di sospendere le trattative per la conclusione di un Accordo di associazione tra Ucraina e Unione Europea, destinato, a propria volta, a diventare un Accordo di libero scambio globale e approfondito tra il Paese stesso e la UE.

Nel momento stesso in cui, il 21 febbraio 2014, il presidente ucraino, Viktor Janukovyč, firmava un accordo di compromesso con i principali dirigenti delle opposizioni, che prevedeva, in particolare, la reintroduzione della costituzione ucraina del 2004, la riaffermazione della centralità del Parlamento, la formazione di un nuovo governo di coalizione, il completamento delle riforme costituzionali, e l’amnistia per i manifestanti precedentemente arrestati, nel giro di poche ore lo stesso accordo veniva sconfessato dalle forze estremiste ed eversive presenti nella Piazza Indipendenza a Kiev, “Maidan Nezaležnosti”, passata poi alla storia come “Euromaidan”.

Per richiamare alla memoria la composizione politica della direzione della sollevazione, basti citare “Pravyj Sektor”, il Settore Destro, formazione neonazista; Svoboda, Libertà, del quale basterà dire che si trattava dell’erede del precedente Partito Nazional-socialista di Ucraina; e una serie di altre formazioni, piccole e grandi, meno caratterizzate, tutte, in ogni caso, nazionaliste, anti-russe e a vario titolo filo-occidentali.

L’assalto ai palazzi delle istituzioni, la fuga di Janukovyč, l’ondata di violenza che si inaugurò contro tutti gli oppositori del nuovo corso e la successiva guerra civile scatenata nelle regioni orientali del Paese sono alcuni tra gli elementi caratterizzanti di questo colpo di stato, particolarmente violento e brutale. Resta, sotto questo rispetto, nella memoria di tutte le soggettività sinceramente democratiche e antifasciste, l’assalto alla Casa dei Sindacati a Odessa, il 2 maggio 2014, quando centinaia di neonazisti ucraini e ultras, di fatto lasciati liberi di agire dal governo golpista da poco insediatosi, scatenarono un vero e proprio pogrom contro la popolazione russa della città, mettendo letteralmente a ferro e fuoco la Casa dei Sindacati, portando a morte atroce decine e decine di persone. 

La stessa composizione del governo golpista non dovrebbe lasciare adito a dubbi circa la caratterizzazione politica del colpo di stato: tra gli altri, Arsenij Jacenjuk  è nominato primo ministro, Oleksandr Turčynov nuovo presidente della Repubblica, entrambi eredi della vecchia formazione nazionalista Unione Nazionale Ucraina Nostra; mentre colui il quale era stato comandante delle cosiddette «forze di autodifesa di Maidan», Andrij Parubij, fu nominato prima Segretario del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa e poi, dal 2016, presidente della Verchovna Rada, il Parlamento ucraino. Si tratta dello stesso Andrij Parubij che, nel 1991, era stato il principale fondatore del già ricordato Partito Nazional-socialista di Ucraina, esplicitamente neonazista.

La violenta persecuzione contro le opposizioni è culminata, nel corso del 2022, con la messa al bando di dodici partiti politici, praticamente dell’intera opposizione, tra cui il Partito Comunista dell’Ucraina, i cui dirigenti e militanti sono stati ripetutamente sottoposti a provocazioni e violenze, il Partito Socialista dell’Ucraina, la Piattaforma di Opposizione Per la Vita, il Blocco di Opposizione, l’Opposizione di Sinistra, l’Unione delle Forze di Sinistra, Derzhava, il Partito Socialista Progressista dell’Ucraina, e altri.

In tale contesto, il regime di Kiev si è mosso, sul piano strutturale, per trasformare di fatto il Paese in una piattaforma per investimenti e speculazioni internazionali, anche allo scopo di onorare i debiti internazionali accumulati per il sostegno allo sforzo bellico. Sono state avviate una controriforma liberista del mercato del lavoro che priva sostanzialmente quasi tre quarti dei lavoratori del diritto alla protezione sindacale e alla contrattazione collettiva; nonché una controriforma agraria con l’estensione del diritto di acquisto di terreni agricoli a soggetti privati nazionali e stranieri.

Nell’intervento in occasione della sessione di apertura della Borsa di Wall Street, il 6 settembre 2022, lo stesso Volodomyr Zelensky ha annunciato il varo di un piano di privatizzazione di asset pubblici per un valore complessivo di ben 400 miliardi di dollari. Più recentemente, nell’ambito del Recovery Construction Forum (Varsavia, 15 febbraio 2023), l’investimento complessivo per la ricostruzione post-bellica è stato stimato in circa 750 miliardi di dollari. Un gigantesco business, per l’imperialismo, sulle spoglie di un Paese, l’Ucraina, che ha visto, tra il 2022 e il 2023, la propria economia ridursi del 35% e la propria popolazione sotto la soglia di povertà arrivare a ben il 60% del totale.

La guerra civile scatenata dalle autorità di Kiev contro le popolazioni russofone nel Donbass, avviata sin dall’aprile 2014, ha contestualmente portato, secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, a oltre 13.000 morti e oltre 42.000 feriti. Nei primi due anni della guerra, quasi il 90% delle vittime civili è stato dovuto a mortai, cannoni, obici, carri armati e lanciarazzi multipli con cui le forze armate di Kiev hanno preso di mira deliberatamente i centri abitati del Donbass.

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Tornando, dunque, alla riflessione iniziale, non può non suscitare interrogativi il fatto che, con l’ingresso della Russia nel conflitto e l’inaugurazione dell’intervento militare russo nel febbraio 2022, una nutrita schiera di giornalisti abbia ribadito la tesi per cui la guerra in corso in Ucraina segna «il ritorno della guerra in Europa». Ebbene, si tratta di una tesi sostanzialmente propagandistica, in alcuni casi utilizzata come vera e propria “propaganda di guerra”, e, in ogni caso, falsa e fuorviante.

Falsa, perché sarebbe sufficiente ricordare il lungo ciclo di guerre nei Balcani, prima la breve guerra in Slovenia, quindi la guerra in Croazia e in Bosnia, tra il 1992 e il 1995, poi ancora il conflitto armato in Kosovo e l’aggressione della NATO alla Jugoslavia nel 1999, e ancora le ostilità che si sono consumate con il conflitto in Macedonia nel 2001. Fuorviante perché serve a spostare il peso della responsabilità su una sola parte: tende cioè a rimuovere il fatto che furono gli Stati Uniti e la NATO a portare, nel 1999, pesantemente una guerra nel cuore dell’Europa, e induce viceversa a pensare che la responsabilità ricada esclusivamente sulla Russia, con la guerra in Ucraina.

Giustificata, all’epoca, con il fallimento delle trattative di Rambouillet in Francia, l’aggressione della NATO alla Jugoslavia nel 1999 fu in realtà, come ha avuto modo di ricordare, tra gli altri, Živadin Jovanović, presidente del Forum di Belgrado per un mondo di uguali, un vero e proprio «punto di svolta globale». Proprio nel corso dell’aggressione alla Jugoslavia, durante i bombardamenti su una grande capitale d’Europa, Belgrado, la NATO andava riconfigurando il proprio profilo e il proprio ruolo e adottava, in occasione del Vertice di Washington, il 24 aprile 1999, il Nuovo Concetto Strategico della NATO, che trasforma definitivamente l’organizzazione in uno strumento di guerra globale.

Come stabilisce l’art. 31 del documento, «la NATO cercherà, in cooperazione con altre organizzazioni, di prevenire i conflitti o, in caso di crisi, di contribuire alla loro gestione efficace … anche attraverso la possibilità di condurre operazioni di risposta alle crisi al di fuori dell’art. 5», articolo che limita(va) il raggio di azione dell’Alleanza «in Europa o in America del Nord». Né possono essere taciuti i paradossi della cosiddetta “proposta di pace” di Rambouillet, quella che, come ricordò Danilo Zolo, lo stesso Henry Kissinger riconobbe come «diktat inaccettabile, poiché imponeva a Belgrado di riconoscere la NATO come forza militare di occupazione dell’intero territorio serbo e montenegrino».

Nelle parole di Živadin Jovanović, «come ampiamente riconosciuto, l’aggressione [alla Jugoslavia] è stata intrapresa in violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale, inclusa la violazione della Carta delle Nazioni Unite, e senza alcuna autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza […]. L’aggressione ha distrutto l’intera architettura di sicurezza e cooperazione dell’Europa e del mondo, annullando i postulati di Teheran, Yalta, Potsdam, Helsinki e altri accordi e pilastri dell’ordine internazionale del secondo dopoguerra, inaugurando così disordine, insicurezza, persino caos».

Impossibile, dunque, tacere delle responsabilità della NATO nella militarizzazione e nella spirale di guerra nella quale sempre più rischia di precipitare l’Europa. È appena il caso di ricordare che, solo in Europa, Stati Uniti e NATO dispongono di decine di basi militari e dislocano decine di bombe nucleari nelle basi di Kleine Brogel in Belgio, Büchel in Germania, Volkel nei Paesi Bassi, Inçirlik in Turchia e nelle due basi italiane di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia). Quale conseguenza dell’aggressione alla Jugoslavia, proprio in Kosovo è stata costruita la base di Camp Bondsteel, la più grande e più costosa base militare costruita dagli Stati Uniti in Europa dai tempi del Vietnam.

Una tale, condizionante, presenza militare porta con sé interrogativi che alludono alle questioni del diritto e della giustizia internazionale. Sono noti i capisaldi del diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite (1945), la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), i due Patti Internazionali del 1966 (sui diritti civili e politici e sui diritti economici sociali e culturali), l’Atto Finale di Helsinki (1975) e la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati (1969), tra gli altri. Tali capisaldi, sono, anzitutto, la pace e la sicurezza internazionale, concepita come sicurezza complessiva e indivisibile di tutti i membri della comunità internazionale, ma anche il rispetto della sovranità, della indipendenza politica e della integrità territoriale degli Stati, l’autodeterminazione dei popoli e la non ingerenza nelle questioni interne dei singoli Paesi.

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È del tutto evidente che, nell’ambito dei principi fondamentali della giustizia internazionale, non esiste un principio “più fondamentale” degli altri; d’altra parte, è noto che gli stessi diritti umani sono un complesso universale e indivisibile, non è possibile immaginare di difendere alcuni diritti violandone altri. Di fatto, la strumentalizzazione dei diritti umani per alimentare ingerenze e provocare conflitti è di per sé una violazione dei diritti umani e della giustizia internazionale. Alimentare la guerra non può essere la strada per la soluzione delle controversie; così come sanzioni unilaterali e illegittime non possono essere considerate uno strumento praticabile; allo stesso modo, la violazione di patti, accordi e trattati non può essere accettata.

Non sarà del tutto impertinente, allora, in relazione al conflitto in corso, richiamare la violazione degli accordi di Minsk da parte ucraina. A differenza della situazione del Kosovo degli anni Novanta, infatti, la vicenda del Donbass era già stata inserita in un contesto diplomatico internazionale, come dimostrano il processo politico del «formato Normandia» e la firma del primo protocollo di Minsk (settembre 2014), che richiedeva il cessate il fuoco immediato, il monitoraggio del cessate il fuoco da parte dell’OSCE e una legge sullo status speciale per una significativa autonomia del Donbass.

Già prima, l’11 maggio 2014, era stato organizzato il referendum popolare di autodeterminazione del Donbass, con un risultato inequivocabile: hanno votato a favore della indipendenza della Repubblica popolare di Donetsk il 79% dei votanti, con una affluenza del 72%; hanno votato a favore della indipendenza della Repubblica popolare di Lugansk l’86% dei votanti, con una affluenza del 81%. Subito prima dell’intervento militare russo in Ucraina, la Federazione russa ha riconosciuto, con i decreti 71 e 72 del 21 febbraio 2022, le repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk.

Se, da un lato, non si può accettare che le violazioni del diritto e della giustizia internazionale possano fungere da precedente, così, dall’altro, va respinto l’approccio da “doppio standard” che fin troppo spesso muove le cancellerie occidentali. Non a caso, sono temi che tornano nella piattaforma, avanzata dalla Cina, per la soluzione politica della crisi ucraina, in dodici punti, nella quale assumono particolare risalto tre punti:

1. la sottolineatura (§ 1) che «tutti i Paesi sono uguali indipendentemente dalle loro dimensioni, forza o ricchezza. Tutte le parti dovrebbero sostenere congiuntamente le norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali e salvaguardare l’equità e la giustizia internazionali. Il diritto internazionale dovrebbe essere applicato in modo equo e uniforme e i doppi standard devono essere respinti»;

2. la definizione (§ 2) di un nuovo «concetto di sicurezza comune, globale, cooperativo e sostenibile, concentrarci sulla pace e la stabilità a lungo termine, promuovere la costruzione di un’architettura di sicurezza europea equilibrata, efficace e sostenibile e opporci all’instaurazione della sicurezza nazionale ai danni della sicurezza di altri Paesi»;

3. l’avvio (§ 4) di colloqui di pace. «Il dialogo e il negoziato sono l’unica via d’uscita praticabile per risolvere la crisi ucraina. Tutti gli sforzi per risolvere pacificamente la crisi dovrebbero essere incoraggiati e sostenuti. La comunità internazionale dovrebbe restare impegnata nel giusto approccio volto a promuovere colloqui di pace, sostenere le parti in conflitto ad aprire la porta ad una soluzione politica il più presto possibile, e creare condizioni e piattaforme per la ripresa dei negoziati».

Ad oggi, iniziative, proposte o piattaforme per la ripresa del negoziato e l’apertura di spazi per il cessate il fuoco e, in prospettiva, per la pace, sono giunte dall’Est e dal Sud del mondo: dall’Indonesia, dal Brasile, da diversi Paesi africani, tra i quali, in primo luogo, il Sudafrica. Nessuna proposta dall’Europa: ancora nel maggio scorso, Josep Borrell (Alto Rappresentante della politica estera e di sicurezza comune dell’Unione Europea) ribadiva che «non è il momento di conversazioni diplomatiche sulla pace. È il momento di sostenere militarmente la guerra» e, in tal senso, «non abbiamo scelta». Una vera e propria dichiarazione di fallimento della diplomazia.

Le responsabilità degli USA e della NATO nella guerra in Ucraina traspaiono, persino con evidenza, dalle parole del segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, che, in Commissione Esteri del Parlamento Europeo, nel settembre scorso, ha dichiarato che «il presidente Putin […] ha effettivamente inviato una bozza di trattato […] per non espandere ulteriormente la NATO. Era […] una precondizione per non invadere l’Ucraina. Ovviamente, non abbiamo firmato. […] Voleva che firmassimo di non espandere mai la NATO. […] Abbiamo rifiutato». Dunque: esistevano proposte negoziali che la NATO ha sistematicamente rigettato.

Questo tema riguarda anche l’impegno e la responsabilità del movimento contro la guerra e per la pace. La gran parte del movimento è fermo nella sua posizione contro la militarizzazione e contro il militarismo, contro l’invio di armi all’Ucraina e contro la prosecuzione di un impegno bellico che, secondo non pochi analisti, non farà altro che deteriorare ancora di più la situazione e prolungare la scia di morte e distruzione del Paese, e, al tempo stesso, a favore di un cessate il fuoco che sia il più rapido possibile e della più rapida possibile riapertura di una prospettiva politica e diplomatica.

Con maggiore impegno va alimentata l’iniziativa contro le sanzioni unilaterali – pertanto illegittime – imposte alla Russia, sulla cui efficacia, peraltro, non pochi dubbi, da più parti, sono stati avanzati.  Come ha ribadito la Dichiarazione finale del Vertice dei Popoli (Cumbre de los Pueblos), tenuto a Bruxelles il 17-18 luglio del 2023, l’imperialismo «cerca di dividere il mondo in blocchi di Stati, scollegati e confrontati tra loro, e intensifica tutti i tipi di provocazioni, blocchi, pressioni e misure coercitive unilaterali contro quei popoli che non sono sottomessi ad esso e non servono i suoi interessi, causando distruzione e morte in molte aree del pianeta»; «e respinge la politica illegale di sanzioni e misure coercitive unilaterali imposte dagli Stati Uniti».

***

Oggi, il movimento per la pace, pur se con numeri e con un impatto lontani da quelli delle manifestazioni del 1999 e del 2003, è presente e attivo; ha sempre più bisogno di trovare occasioni di “unità d’azione”, in modo da moltiplicare l’efficacia della propria iniziativa; e senza dubbio avverte l’esigenza di parole d’ordine chiare, prive di ambiguità e di incertezze, capaci di orientare le piattaforme su posizioni avanzate, a partire almeno, per quello che riguarda la situazione di guerra in Ucraina, dal no alla prosecuzione della guerra, dal no all’invio di armi e alla prosecuzione delle sanzioni, dal si all’apertura di spazi effettivi per il cessate il fuoco, per la politica e per la diplomazia.

In questo senso, il nesso pace-lavoro resta uno snodo concettuale, strategico, essenziale per le forze del movimento, e, in generale, nei percorsi di lotta alla guerra e di lotta per la pace. Da qui si riparte, se è vero che una disamina, anche di ordine politico-culturale e, in ultima analisi, filosofica, della nozione di pace, non possa ritenersi esauriente senza il riferimento decisivo a Marx e al marxismo. Qui, il nesso tra struttura (e composizione) sociale, rapporti (sociali e politici) di potere fondati sui rapporti (economici e sociali) di produzione, e il nesso tra (vettori della) struttura e (agenti della) sovrastruttura costituiscono le condizioni e i fattori della guerra e della pace.

Se, da un lato, si deve alla lunga maturazione del pensiero rivoluzionario del XIX secolo e nello specifico alla riflessione marxiana e al pensiero-prassi della trasformazione, l’avere individuato nell’intersezione tra emancipazione, autodeterminazione e giustizia sociale il nesso decisivo ai fini del cambiamento sociale (e, in definitiva, della lotta per la pace come lotta politica e istanza di trasformazione), è alle forze marxiste che è possibile, dall’altro, fare risalire alcune straordinarie innovazioni nell’approccio alla pace come «lotta per la pace e contro la guerra». È proprio in virtù di questa innovazione che ci si allontana da un approccio puramente ideale al tema della pace e si approda invece all’idea di lotta per la pace come movimento politico con il suo programma e i suoi obiettivi.

Si pensi alla posizione del PCI all’indomani della guerra mondiale. Esemplare, in tal senso, la relazione conclusiva di Palmiro Togliatti ai lavori del VII Congresso del Partito Comunista (Roma, 3-8 aprile 1951), non a caso passata alla storia per la proposta di un “governo di pace”: «Il miglioramento delle condizioni di esistenza di tutto il popolo dipende dalla conservazione della pace e da una profonda trasformazione della situazione economica, sociale, politica che sta oggi davanti a noi. […]

«Poiché vogliamo impedire la guerra, per questo vogliamo creare in Italia una situazione politica e sociale nuova, e prima di tutto una situazione tale in cui tutto il Paese, nella sua parte sana, nella sua parte produttiva, intelligente e democratica, si rifiuti di seguire la politica del governo attuale che ci porta alla guerra, che ci porta alla rovina. Ecco quello che noi vogliamo, ecco qual è il significato più profondo della nostra proposta. […] Essa tende a salvare la pace, la democrazia e il benessere di tutti. Essa apre all’Italia la prospettiva di una trasformazione sociale la quale possa essere compiuta attraverso uno sviluppo pacifico». Non, dunque, un posizionamento pacifista fine a sé stesso, autoreferenziale e, di conseguenza, inerte; bensì, la declinazione della lotta contro la guerra e per la pace in una prospettiva di avanzamento e di trasformazione.

È questo il presupposto del primo movimento organizzato per la pace che il nostro Paese abbia conosciuto: si tratta del movimento dei Partigiani della pace, articolazione del più vasto movimento internazionale che, costituitosi nel 1949 con il Congresso mondiale della pace di Parigi, seppe raccogliere intorno al tema della pace e dell’amicizia tra i popoli personalità di spicco del mondo della politica e della cultura (da Frédéric Joliot-Curie a Louis Aragon, da Henri Matisse a Ilja Ehrenburg, da Albert Einstein a Pablo Neruda, passando per Picasso, che avrebbe dipinto il manifesto del Congresso con l’immagine della colomba della pace, destinata a diventare uno dei simboli universali del pacifismo), mentre, tra i partecipanti italiani, vanno almeno ricordate figure quali Pietro Nenni, Elio Vittorini, Renato Guttuso, Salvatore Quasimodo, Natalia Ginzburg, Giulio Einaudi.

Il manifesto del Congresso mondiale della pace delinea, alla fine dei lavori, il primo canovaccio di quello che sarebbe passato alla storia come pacifismo propriamente «politico»: rispetto della Carta delle Nazioni Unite; «interdizione dell’arma atomica e di tutti i mezzi di distruzione di massa degli essere umani»; «controllo internazionale effettivo per l’uso dell’energia atomica a fini esclusivamente pacifici»; riduzione delle spese militari; «limitazione delle forze armate delle grandi potenze»; lotta contro il colonialismo e per il diritto dei popoli all’autodeterminazione nazionale; difesa delle libertà democratiche; condanna dell’isteria bellicista, dell’odio razziale, della predicazione dell’inimicizia tra i popoli; cooperazione pacifica.

Restano, ancor oggi, indicazioni decisive, perché segnalano una prospettiva e un’esigenza: collocare la lotta contro la guerra e per la costruzione della pace al centro dell’agenda, non solo dei movimenti, ma anche delle forze politiche e sindacali; integrare le forze più avanzate dell’intellettualità e del mondo del lavoro, su una base, almeno potenziale, di massa, per avanzare nel senso di conquiste democratiche sempre più solide e del socialismo; fare della lotta contro la guerra e per la costruzione della pace, in uno con la lotta per i diritti sociali e dei lavoratori, uno straordinario terreno di avanzamento della democrazia e di apertura di spazi per sempre più avanzate conquiste.

Riferimenti:

Maurizio Bongioanni, “Come la finanza guadagna prima con la distruzione e poi con la ricostruzione dell’Ucraina”, Valori, 20.03.2023: valori.it/ricostruzione-ucraina

Claudia Pretto, “Donbass: la guerra prima della guerra”, Analisi Difesa, 12.04.2022: www.analisidifesa.it/2022/04/donbass-la-guerra-prima-della-guerra

Zivadin Jovanović: “Sono preoccupato per la militarizzazione della UE e l’espansione della Nato verso Est”, Junge Welt | CIVG | 06.02.2014:

www.marx21.it/internazionale/europa/zivadin-jovanovic-qsono-preoccupato-per-la-militarizzazione-della-ue-e-per-lespansione-della-nato-verso-estq

Intervista di Enrico Vigna a Zivadin Jovanović, A vent’anni dai bombardamenti della Repubblica Federale Jugoslava, L’Antidiplomatico, 12.03.2019:

www.lantidiplomatico.it/dettnews-intervista_di_enrico_vigna_a_zivadin_jovanovic_a_ventanni_dai_bombardamenti_della_repubblica_federale_jugoslava/24790_27565

Il Nuovo concetto strategico della NATO, Consiglio del Nord Atlantico, Washington D.C., 23-24 aprile 1999, Centro italiano Studi per la pace, 1999:

www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=natoconcept99

Cos’è la storia delle nuove bombe nucleari nelle basi NATO in Europa, Il Post, 27.10.2022: www.ilpost.it/2022/10/27/bombe-nucleari-basi-nato-europa

La posizione della Cina per la risoluzione politica della crisi ucraina, 24.02.2023:

www.mfa.gov.cn/eng/zxxx_662805/202302/t20230224_11030713.html

NATO Secretary General Jens Stoltenberg, AFET-SEDE Opening Remarks, NATO, 07.09.2023.

Dichiarazione finale del Vertice dei Popoli, Bruxelles 2023: italiacuba.it/2023/07/19/dichiarazione-finale-del-vertice-dei-popoli-invita-al-rispetto-e-alla-pace-tra-le-nazioni

Palmiro Togliatti chiama tutto il popolo al lavoro e alla lotta perché il Paese rifiuti la guerra ed esiga un governo di pace, «l’Unità», 9 aprile 1951: www.dellarepubblica.it/congressi-pci/vii-congresso-roma-teatro-adriano-3-8-aprile-1951