Storytelling o dell’ontologia della menzogna

A news boy dressed in vintage knickers, newsboy hat and fake long Pinocchio nose stands with a fake newspaper in the middle of a field in Utah, USA. He is trying to sell you fake news.

Di Davide Pinardi*

“Negli ultimi lustri, in Occidente, questo processo sempre più frenetico di produzione di scenari complessivamente falsi, di interi universi virtuali (dunque ben al di là di singole menzogne o falsità) è diventato strumento di dominio globale grazie a evidente egemonia mediatica”

Ma com’é possibile?
Com’è stato possibile che gran parte delle “classi dirigenti occidentali” si ingannassero a tal punto? E si continuino a ingannare?Ma davvero hanno creduto che la Russia – sistematicamente definita stazione di servizio travestita da nazione – dovesse letteralmente crollare in poche settimane dall’intervento in Ucraina grazie alle sanzioni? Davvero hanno pensato che il mondo intero sarebbe insorto solidale a condannarne “l’infamia”? E che le sue (preistoriche, dicevano) forze armate, non avendo alternative alle magiche armi NATO, sarebbero finite senza munizioni e costrette a togliere i processori alle lavatrici per montarli sugli ultimi pochi missili disponibili[1]? Che la Cina e tanti altri Paesi accettassero di rompere rapporti commerciali e politici di lunga data per compiacere burocrati di Bruxelles e congressisti USA?
La frequenza con la quale le élite euroatlantiche si stanno auto ingannando è sorprendente. E da un autoinganno all’altro, incapaci di vedere quanto sta accadendo, il loro signoraggio sul mondo va progressivamente svanendo.
Quello che accadrà in futuro non possiamo prevederlo. Ma quanto è accaduto – le impressionanti illusioni prospettiche nelle quale politici, organi di informazione, “esperti” e think tank di vario genere si sono infilati – ormai è Storia. E le righe che seguono rappresentano un tentativo di dare una seppur parziale risposta a come tutto ciò sia stato possibile.

L’infilarsi nel tunnel dell’autoinganno è stato ed è fenomeno largamente condiviso. Quanti diplomatici, commentatori, decisori ecc. vi si sono a cacciati. Molti probabilmente hanno accettato di farlo per le più varie ragioni: subalternità culturale, convenienza, opportunismo, ignoranza, gregarismo, ricatto. Ma molti – riconosciamolo – hanno agito per autentica convinzione. Probabilmente la questione è diventata ontologica: sta nell’essenza contemporanea del loro stesso agire. Appare infatti come più recente manifestazione dello sviluppo diretto, anche se in forma assai perfezionata, della storica pratica dell’utilizzo dello strumento della menzogna da parte del Potere.  Il Potere in una accezione shakespeariana.
Da secoli e secoli il senso comune rammenta che “le bugie hanno le gambe corte”. E che, per coprire una bugia precedente, bisogna ricorrere a una nuova bugia successiva di dimensioni crescenti fino a quando non è più possibile reggere questo processo di crescita. Il Potere in passato ha sempre confidando nei tempi lunghi, che tra una bugia e l’altra passassero decenni, o almeno lustri. Oggi le “classi dirigenti” continuano a ricorrervi in modo pianificato, sistematico, addirittura scientifico (visto il crescente discredito del termine possiamo usarlo). E gli esempi nel passato appaiono opere di dilettanti. Ma oggi i tempi sono cambiati, tutto va più in fretta…
Da un po’ di anni le menzogne hanno assunto, nello spazio pubblico, una veste esponenziale. Siamo oltre all’apoftegma marxiano che “le idee delle classi dominanti sono le idee dominanti”. Ormai le idee delle classi dominanti vogliono affermarsi come le uniche idee. Non stiamo più giocando con le vecchie falsità più o meno occasionali dei tempi andati. Oggi produrle è diventata faccenda sofisticata perché approfitta degli strumenti dello storytelling in uno scenario mediatico pervasivo. Legioni di spin doctor producono quotidianamente storie per costruire non singole fandonie ma per edificare interi mondi alternativi e fittizi nei quali, come è stato detto, il vero è puro momento del falso: i fatti sono sistematicamente dissimulati (sommergendoli di altri fatti distraenti) oppure alterati, decontestualizzati, deformati da immaginarie analogie, sminuzzati in minuscoli frantumi, resi paradossali affermandone la bizzarria. È triste osservare quante persone non guardino al quadro complessivo e continuino a fermarsi al particolare cercando di interpretarlo con strumenti di analisi a volte francamente superati.

Le classi dominanti contemporanee si sono innamorate dello storytelling. Hanno appurato il suo potere magnetico e vi ricorrono sistematicamente. Se ne sono letteralmente ubriacate perché ben pochi, negli ultimi lustri, hanno saputo decisamente opporsi al loro agire e al loro monopolio sui media, quelli tradizionali e quelli innovativi. Tutto ciò ha creato vere autostrade di falsità. È una ubriacatura di imbroglio. È la sindrome dello studente medico fallito che non ha mai sostenuto un esame e tutti in famiglia credono che sia alla vigilia della laurea. È accaduto a Bruxelles, a Roma, a Washington, in Polonia, nei Paesi Baltici ecc. ecc. Nella finanza, nella medicina, nella scienza, nella politica ecc. ecc. Siamo circondati dallo storytelling funzionale alle élite, ovvero da narrazioni che mirano a scollegare tutti gli altri dalla loro realtà quotidiana: e spesso, molto spesso, ci sono riusciti e ci riescono. Non c’è più bisogno di favorire più il benessere, basta prometterlo. Non si garantiscono più diritti, li si scimmiotta. Non si pongono le basi di guerre vittoriose, basta metterle in scena nel mondo virtuale.

Esiste la mitologia, ben descritta fin dai tempi delle caverne platoniche, che la realtà sia oggettivamente e definitivamente conoscibile. Una mitologia epistemologica alla quale molti credono o fingono di credervi per ingenuità o per convenienza strumentale.
Al contrario noi esseri umani, nella nostra conoscenza della realtà, procediamo obbligatoriamente per approssimazioni progressive – approssimazioni non necessariamente più “giuste” di quelle precedenti ma semplicemente più viabili (ovvero più utilizzabili e percorribili). Non arriveremo mai alla “Verità” ma cerchiamo modalità per conviverci. Queste approssimazioni, per essere viabili, e dunque utili, devono essere fondamentalmente oneste, fondate, sincere. Altrimenti sono inutili o, spesso, prima o poi dannose.

Lo storytelling contemporaneo è diventato, scientemente, cosa del tutto opposta a uno sforzo legittimo di costruire dei racconti attendibili della realtà o di una sua parte che siano socialmente utili e viabili. Al contrario inventa mondi virtuali dove sono ambientate narrazioni senza alternative: per esempio che ciò che è privato funziona sempre meglio di ciò che è di tutti (e tu così sarai contento che qualcuno si impadronisca dello Stato e sbrani il le aziende pubbliche); o racconta che la politica è “sporca” e così tu ti affiderai sereno ad avventurieri privati.
Lo storytelling è una tecnica pervasiva di spettacolo, di matrice cinematografica/operistica, che mira alla produzione di una serie progressiva di scenari emozionanti, magari verosimili ma intenzionalmente ingannevoli. La loro verosimiglianza può crollare presto come uno scenario di cartone da film western ma per i suoi autori questo non importa, anzi, è quasi conveniente perché garantisce il lavoro per il futuro: il trucco infatti è andare sempre avanti a ciclo continuo, creando nuovi scenari che sostituiscano i vecchi prima che questi si polverizzino. Proprio come in uno studio televisivo-cinematografico si tratta di una corsa continua a cambiare fondali, costumi, musiche.
Si rimedia insomma al possibile disvelamento del falso producendo freneticamente nuove falsità.

Analizziamo meglio quale tecnica viene utilizzata per produrre questi scenari di falsità.
Una particolarmente produttiva è quella, come detto, di identificare frammenti di “realtà oggettiva”, particolari marginali, brandelli, particelle, schegge inessenziali, e universalizzarli fuori contesto sfruttando una convergenza multimediale in un ristretto spazio temporale (e il principio di non-contraddizione non ha più importanza).
Tutto può essere frantumato. Per esempio quadri storici complessivi, pescando a piacimento dove e quando serve. Si sminuzza la “scienza” e si reitera con continuità il dato che risulta utile (e magari lo si fa inventare da qualcuno). Con un micro fatto obiettivo si legittima una macro ideologia astratta. Si costruiscono legittimazioni e premi, si attribuiscono onori e complimenti a chi si adegua alla narrazione dominante isolando gli oppositori.
In sostanza: non bisogna essere ecologici ma raccontarsi ecologici attribuendosi un fatterello ecologico su molteplici media; non essere democratici ma rappresentarsi democratici raccontando una favoletta democratica in un remoto paese del Quarto Mondo; non essere “inclusivi” ma apparire “inclusivi” con la frottola di difendere una qualche minoranza in una qualche nicchia della società. E così via. Se poi questi scenari “di luce serena” sono abbinati e contrapposti a un mondo Nero e Cattivo che li circonda, a un cattivo Uomo Nero che li minaccia, da un Male generico e pervasivo che fa paura e presto metterà in pericolo l’umanità intera meglio ancora perché la paura risulta un potente grimaldello per smontare le resistenze razionali: la paura mangia l’anima ma prima ancora la mente.
Costruito e diffuso uno scenario inquietante non bisogna però rilassarsi ma già pensare a quello successivo che subentrerà non appena in quello pregresso si apriranno crepe. E quello successivo dovrà possibilmente apparire di scala maggiore perché altrimenti non attirerebbe l’attenzione. Ecco perché ogni azione di lotta contro il presunto Uomo Nero e i suoi accoliti dovrà essere più determinata e radicale della precedente. E così pure dietro a ogni pandemia se ne fa intravedere una ancora più devastante, ad ogni cattivo un cattivo ancor più cattivo. E al contempo, tra i buoni, l’arma risolutiva contro il Male sarà seguita da un’arma ancora più risolutiva, ogni misura economica per combattere la crisi da un’altra ancora più salvifica. Dopo ogni guerra umanitaria e giusta viene sempre una guerra ancor più umanitaria e giusta.

Tutto bene, allora? Questa pratica scientifica dell’inganno – ingigantita all’ennesima potenza dalla pervasiva diffusione dei mass-media e dal loro egemonico controlla – è eterna e non contrastabile?
Sì, tutto bene finché il trucco funziona. Tutto bene per il Potere, ovviamente.
Tutto bene finché qualcuno si limita a contestare le singole falsità e pochi si oppongono al processo complessivo della loro edificazione.
Ma tutto bene fino a un certo punto nel tempo perché fortunatamente anche lo storytelling ha le gambe corte. La realtà scava, che sia una vecchia talpa o l’emergere di novità geopolitiche.  La realtà non sai cosa sia ma ti insegue sempre. E di fronte al suo inseguimento le classi dirigenti ormai ubriache preferiscono reagire con le narrazioni virtuali piuttosto che con decisioni concrete. Della facilità di produrre storytelling alla lunga ci si innamora perché funziona e il Potere ha un grande terrore che diverse letture della realtà si affermino. Oggi, affascinate da questa tecnica transmediale che deriva – l’abbiamo detto – direttamente dalle tecniche narrative della fiction, le classi dominanti stanno diventando sempre più presuntuose e arroganti. Fanno come un bambino che, dette le prime piccole bugie facendola franca, si convince di poterle dire impunemente di sempre più grandi. Nella frenesia crescente di produrre sempre nuove rappresentazioni che coprano le vecchie che crollano, il Potere e i suoi servi non cercano sempre meno pezzetti di realtà da deformare ma li inventano proprio, come un giornalista che, senza più fatti di cronaca nera ma con l’obbligo quotidiano di riempire la pagina, si metta a inventarli lui, o addirittura li produca per poi indagare e pubblicare degli scoop… La vecchia storia dell’hubris…
Il punto di rottura giunge quando le fandonie sono talmente grosse che il Potere non riesce più a gestirle e non sa più districarvisi e inizia a crederle vere. È la sindrome del truffatore che non riconosce più, nelle sue stesse parole, ciò che ha inventato e prende le sue storie per verità. E lì crolla, di schianto, la sua credibilità.

Negli ultimi lustri, in Occidente, questo processo sempre più frenetico di produzione di scenari complessivamente falsi, di interi universi virtuali (dunque ben al di là di singole menzogne o falsità) è diventato strumento di dominio globale grazie a evidente egemonia mediatica. Il risultato è stato talmente euforizzante che le classi dirigenti economico-politiche stanno ormai giungendo al ciglio del burrone: dapprima hanno cinicamente costruito fandonie per i propri mercati politici interni e per il resto del mondo; poi, ai primi scricchiolii, hanno iniziato a raccontarle al mondo di sempre più grosse; quindi hanno iniziato a credere alle loro stesse fandonie reprimendo chi le criticava; ora iniziano forse a rendersi conto del pantano in cui sono immerse e da cui non sanno più uscire ma non sanno cambiare modalità d’azione. L’Unione Europea ci renderà tutti più ricchi, belli e buoni… La NATO vuole la pace… I mercati finanziari vogliono il tuo bene…  Hanno costruito colossali bolle narrative per imprigionare gli altri (le famose echo chamber) e ora iniziano a scoprire di aver imprigionato sé stesse.
Ma cosa possono fare, ormai? A furia di costruire scenari sempre più radicali e arroganti per coprire le menzogne precedenti si sono tagliate i ponti alle spalle. Tornare indietro non è più possibile. Devono andare avanti creando caos sperando che contraddizioni e incoerenze vengano ignorate. Devono guadagnare tempo e andare avanti sperando di rinviare sine die il momento dello schianto. Nonostante tutti questi tentativi prima o poi il Re sarà nudo. È una modesta consolazione ma dalla Storia si può dedurre che spesso va così. Giunge un 25 luglio per tutti i produttori di fandonie, particolarmente per quelli che hanno creduto alle loro stesse fandonie. Val la pena di prepararsi. La speranza è che poi non segua un 8 settembre troppo drammatico. Ma è una speranza…


[1] Affermazione ufficiale della von der Leyen e, a un anno di distanza, della Baerbock.

* Docente di Tecniche della Narrazione al Politecnico di Milano; romanziere, sceneggiatore e regista cinematografico. Del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”.