Il Socialismo nel XXI Secolo (dispensa 1 – Il caso cinese)

di Carlo Formenti

In Adam Smith a Pechino Giovanni Arrighi descrive con lucidità la svolta epocale che stiamo vivendo. A tal fine esorta a “prendere più sul serio la sociologia economica dell’economia” e cerca di mettere in pratica il suo invito attraverso una rilettura “eretica” delle teorie di Smith: costui, argomenta, non fu solo l’apologeta del laissez faire, ma auspicò l’esistenza di uno Stato forte, in assenza del quale non si danno le condizioni di esistenza del mercato stesso. I suoi consigli al legislatore furono perciò di ordine sociopolitico piuttosto che economico, tanto che teorizzò che occorre stimolare la competizione onde tenere il più basso possibile il saggio di profitto. In altre parole: i mercati non vanno abbandonati al loro sviluppo spontaneo, bensì “usati” come strumenti di controllo e governo. Arrighi riprende questa tesi per decodificare la logica delle “economie di mercato non capitalistiche”, di cui la Cina rappresenta as uo avviso un esempio tipico.

Smith esaltava il carattere “stazionario” della economia cinese, definendo “naturale” questo tipo di sviluppo basato sull’agricoltura e sul commercio interno,  in contrapposizione con lo sviluppo “innaturale” delle economie europee, basato sul commercio estero e sulla potenza militare plasmata dai conflitti fra nazioni. Per Marx lo sviluppo che Smith definisce “naturale” non può tuttavia sopravvivere in un mondo in cui si sia diffuso lo sviluppo “innaturale” del capitalismo: ogni altra formazione sociale è destinata a “sciogliersi” non appena entri in contatto con il mercato capitalistico. Eppure, scrive Arrighi, l’appiattimento “globalista” previsto da Marx non si è realizzato: esistono formazioni sociali che non solo hanno resistito, ma hanno generato modelli di sviluppo alternativi a quello dominante, cioè modelli fondati sul mercato ma non capitalistici.

 Arrighi si concentra sul caso cinese mettendo in relazione una serie di caratteristiche della Cina d’oggi con alcune costanti che ne hanno caratterizzato la storia millenaria. Ricorda che l’Oriente asiatico è stato alla guida dello sviluppo mondiale per due millenni: solo il fulmineo sviluppo della potenza tecnologico-militare europea ha oscurato tale evidenza. Sempre Arrighi ricorda che le principali formazioni politiche dell’Oriente asiatico erano già Stati nazionali quando in Occidente non esisteva ancora nulla del genere, ma queste entità non erano impegnate in una feroce competizione reciproca. Nello stesso periodo, lo scenario europeo è al contrario caratterizzato dalla continua competizione militare fra le varie nazioni e dalla tendenza generalizzata all’espansione geografica, per cui si potrebbe parlare di una opposizione fra sviluppo estroverso europeo e sviluppo introverso asiatico. Sotto le dinastie Ming e Qing la Cina aveva sviluppato un immenso mercato interno, arrivando addirittura a inibire quello esterno. Questa politica generava prosperità e crescita demografica, ma rese i cinesi poco attenti al pericolo che incombeva da Occidente.  Eppure non fu la superiorità economica del modello occidentale a mettere in ginocchio la Cina: in barba alle previsioni di Marx ed Engels, secondo cui le merci occidentali a buon mercato sarebbero state “l’artiglieria pesante con cui la borghesia europea avrebbe abbattuto le muraglie cinesi”, i mercanti inglesi scoprirono di non poter battere la concorrenza di quelli cinesi, ed ebbero fortuna solo in settori come le ferrovie e le miniere. Per sfondare davvero in Cina gli occidentali dovettero ricorrere alla violenza, scatenando le due guerre dell’oppio. Come è stato possibile che, dopo un secolo di umiliazioni da parte delle potenze occidentali, la Cina di oggi sia in grado di rivaleggiare con il blocco imperiale guidato dagli Usa?

Il punto di svolta fu la sconfitta americana in Vietnam. Quella degli anni Sessanta/Settanta fu una “crisi spia” che evidenziò i punti di fragilità del sistema, ma che gli Stati Uniti superarono, da un lato intensificando la competizione globale sui mercati dei capitali, dall’altro scatenando la gara degli armamenti che affossò l’Unione Sovietica. Tuttavia fu solo “tempo guadagnato”, dopodiché iniziò quella fase caotica di turbolenze economiche e politiche che fece sì che gli Stati Uniti dipendessero sempre più da risparmi, capitali e credito di investitori e governi stranieri. Sul breve periodo l’espansione finanziaria stabilizzò l’ordine delle cose, scaricando sulle nazioni alleate e sulle classi subalterne l’onere dell’inasprimento della concorrenza, ma poi generò tensioni economiche e sociali oltre che economiche, innalzando pericolosamente il tasso di conflittualità. Nemmeno l’invasione dell’Iraq, pensata come la mossa che avrebbe consentito di perpetuare l’egemonia globale americana fondata sul controllo delle riserve mondiali di petrolio, risolse le contraddizioni di questo modello. Quella guerra (al pari dell’avventura afghana) certificò al contrario che la maggior potenza militare del globo non era più in grado di imporre ovunque le proprie condizioni.

Quali fattori hanno favorito l’ascesa cinese parallelamente al declino americano? Arrighi retrodata l’inizio del processo agli anni della grande rivolta dei popoli asiatici e africani contro l’Occidente nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, caratterizzati dalla nascita di un  fronte ampio di nazioni ex coloniali – i “non allineati” della conferenza di Bandung (1955) – che si allearono per rivendicare un nuovo ordine economico internazionale. Le loro velleità vennero stroncate dalla controffensiva finanziaria degli Usa; eppure, sostiene Arrighi, ancorché sconfitta, quella sollevazione non  lasciò le cose com’erano prima. Fra gli altri effetti, creò le basi per l’ascesa della potenza collettiva di un arcipelago asiatico del quale, prima della Cina, facevano parte il Giappone e le Tigri asiatiche: Corea, Taiwan, Singapore, Tailandia, ecc. che si impose come “officina del mondo” e fonte di enormi riserve di liquidità.

Perché la Cina, pur inserendosi per ultima in questo concerto, è divenuta la capofila della sfida all’Occidente? Arrighi rifiuta l’idea secondo cui il successo cinese sarebbe fondato sulla conversione del partito comunista e dello Stato cinesi al credo neoliberale. La verità, sostiene, è che tale successo è dovuto al fatto che, scartando le shock terapy confezionate dal Washington Consensus per “risanare” le economie dell’ex Unione sovietica e dei suoi satelliti, Deng  imboccò una via riformista inspirata ai criteri di un rigoroso gradualismo. Privatizzazioni e deregulation sono stati processi lenti e selettivi ma soprattutto, a far decollare l’economia, è stata la decisione di imporre alle aziende statali di farsi concorrenza e di accettare la concorrenza delle aziende straniere e delle nuove aziende a partecipazione privata e di comunità[1]. Né minore importanza nella formazione dell’immenso mercato interno cinese ha avuto la scelta di consentire ai residenti delle aree rurali la possibilità di svolgere attività di trasporto e commercio anche a grande distanza. Arrighi sfata poi due luoghi comuni: quello secondo cui la Cina sarebbe divenuta la fabbrica del mondo grazie al basso costo della sua forza lavoro, e quello secondo cui sarebbe stata favorita soprattutto dall’enorme flusso di investimenti stranieri nelle Zone Speciali istituite dopo le riforme di epoca post maoista. Ad attirare i capitali esteri non è stato tanto il basso costo della forza lavoro quanto l’alta qualità di quest’ultima in termini di salute, livelli di istruzione e ampi margini di autonomia. Quanto al secondo punto: più delle multinazionali occidentali, a trainare gli investimenti stranieri furono i cinesi della diaspora (provenienti da Hong Kong, Taiwan e dagli stessi Stati Uniti). Infine gli investimenti occidentali si sono dovuti avvalere della mediazione di “sensali” locali, così la lingua, le usanze e le reti sociali locali hanno contributo a proteggere l’economia cinese da eccessivi livelli di condizionamento da parte del capitale straniero.

Tutto ciò impone di prendere atto che può esistere uno sviluppo di mercato di tipo non capitalistico. Che è poi quello che i cinesi chiamano socialismo con caratteristiche cinesi, socialismo di mercato (o con mercato, secondo altri autori). È evidente che questa, dal punto di vista della teoria marxista ortodossa, è una eresia. Ma la straordinaria intuizione di Arrighi è appunto questa: occorre operare un cambio di paradigma, abbandonando la prospettiva globalista e l’immagine di un mondo appiattito sul modello “classico” di accumulazione capitalistica descritto da Marx, se si vuole spiegare la gigantesca novità che ci ha consegnato la storia: un Paese di un miliardo e mezzo di persone che è riuscito a compiere il miracolo di ibridare tre fattori strategici: una millenaria tradizione storica che aveva generato una forma di ricchezza fondata sulla stabilità sociale e sull’attenzione al bene della comunità, la formidabile spinta innovativa di una rivoluzione di liberazione nazional, guidata dall’ideologia marxista-leninista importata dall’Occidente, infine un uso del mercato tanto spregiudicato quanto sottoposto al ferreo controllo dello Stato-partito.

Il paradosso è che mentre gli “esperti” angloamericani si arrovellano sui motivi per cui la crescita economica non ha provocato la caduta del regime comunista e la sua sostituzione con una forma di governo liberal democratica, e considerano la Cina come la più grave minaccia alla sopravvivenza del capitalismo, la maggioranza degli intellettuali marxisti occidentali pensa che la Cina non sia più – se mai lo è stata – un Paese socialista, anzi la considera la seconda potenza capitalistica mondiale e ne descrive il conflitto con gli Stati Uniti come una competizione interimperialistica. Le voci fuori dal coro sono rare: a parte Giovanni Arrighi, vengono in mente Samir Amin, Vladimiro Giacché, Domenico Losurdo e pochi altri. Per sciogliere il paradosso è importante costruire le tappe fondamentali della storia cinese[2].

a) Dall’umiliazione al risveglio nazionale

Alla fine del 1700, il Celeste Impero era il Paese più prospero, ordinato e stabile del mondo. Questa invidiabile condizione inspirava un mal riposto senso di superiorità, non sostenuto da adeguate risorse tecnologiche e militari, così, quando l’Impero inglese, consolidato il proprio dominio sull’India, ha iniziato a guardare a Oriente, il destino della Cina era segnato. Le due guerre dell’oppio a metà Ottocento si conclusero con umilianti sconfitte che comportarono, oltre alla cessione di sovranità su alcuni territori,  la concessione di gravosi trattati commerciali. Il risentimento cinese nei confronti dell’Occidente nasce in quel periodo storico, e si manifestò già allora attraverso la grandiosa insurrezione dei Taiping (1851-1864) che causò trenta milioni di vittime. Negli stessi anni iniziò l’esportazione di forza lavoro cinese semischiavizzata in tutto il mondo e, qualche decennio più tardi, arrivarono prima la sconfitta nella guerra cino-giapponese del 1895, poi la rivolta dei Boxer, schiacciata dall’intervento congiunto di tutte le potenze straniere (Italia compresa), due eventi che contribuirono ad aggravare ulteriormente la soggezione dell’economia cinese agli investimenti occidentali e giapponesi e l’indebitamento nei confronti dei consorzi bancari stranieri.  All’inizio del Novecento, le nuove generazioni di intellettuali guardavano con ammirazione al successo del processo di modernizzazione giapponese, per cui si convinsero che l’unica via di salvezza consistesse nell’abbracciare il nazionalismo. Così Sun Yat-Sen fondò a Tokyo (dove risiedeva in esilio) un movimento che si raccolse attorno ai “tre principi del popolo” – nazionalismo, democrazia e benessere – che inspirarono la rivoluzione democratico borghese del 1911, principi che Sun Yat-sen tradusse in un progetto politico che, sotto alcuni aspetti, anticipava le riforme che il PCC intraprenderà sessant’anni dopo: collaborare con le potenze industriali occidentali, attirandole con le immense opportunità del mercato cinese; “usare” lo sviluppo capitalistico che ne sarebbe seguito come strumento per consentire alla Cina di incamminarsi sulla via del socialismo; sviluppare un’economia mista in cui allo Stato sarebbe spettato il compito di creare le infrastrutture moderne (ferrovie, porti, industrie di base, ecc.).

b) Dagli anni Venti al 1949

Mao definì il movimento del 4 maggio 1919 come un passo avanti rispetto alla rivoluzione del 1911, in quanto presentava caratteristiche più coerentemente antimperialiste e antifeudali che risentivano dell’influenza della Rivoluzione russa. Negli anni successivi nacquero i primi sindacati e la stampa operaia, e iniziarono a diffondersi le idee marxiste e leniniste. Nel luglio del 1921 venne fondato il PCC da parte di un gruppo di poche decine di militanti che seguivano le direttive dell’Internazionale, la quale suggerì una linea fondata sulla collaborazione fra movimento operaio e borghesia nella lotta di liberazione nazionale. Nel 1925 partì una nuova ondata di lotte, questa volta diretta dagli operai. Questo processo di crescita subì tuttavia una brusca battuta di arresto nel 1927, allorché venne repressa nel sangue l’insurrezione di Shangai.

Da qui iniziò la divaricazione fra due linee: la minoranza maoista era convinta della necessità di dotarsi di una base territoriale e di una forza militare autonome, mentre la maggioranza, sostenuta da Stalin, insisteva sulla necessità di continuare sulla strada dell’alleanza con l’ala sinistra del partito nazionalista (Kuomintang). Il sesto congresso del PCC si svolse a Mosca nel 1928 e approvò una linea che escludeva l’espropriazione sistematica delle terre per non mettere a rischio l’alleanza con i contadini medi. Nel frattempo la minoranza maoista si impegnava a costruire nei territori sotto il suo controllo un potere statale alternativo, e un esercito che non doveva svolgere solo funzioni militari ma anche di propaganda e amministrazione. Nel 1930 Il Kuomintang lanciò cinque campagne di annientamento contro i comunisti, la quinta delle quali li costrinse a intraprendere la Lunga Marcia. Nel 1931 venne proclamata la Repubblica cinese degli operai e dei contadini e, sempre in quell’anno, iniziò l’invasione giapponese che si completerà nel 1937 con l’occupazione di Pechino, Tianjin e Nanchino.

Gli anni che vanno dal 1935 agli anni Quaranta furono caratterizzati dalla costituzione di un fronte unito contro l’invasore giapponese. Lanciando un appello a tutti i compatrioti per la resistenza agli invasori e la formazione di un governo popolare di difesa nazionale Mao stese un programma in dieci punti ispirato ai tre principi di Sun Yat-sen: libertà democratiche, confisca dei beni dei collaborazionisti, miglioramento delle condizioni di vita di operai e contadini, pari diritti fra le diverse nazionalità. Attraverso il concetto di “nuova democrazia” si cercava di rassicurare gli strati borghesi, promettendo che la Repubblica popolare non avrebbe abolito la proprietà privata né avrebbe confiscato le imprese della borghesia nazionale, mentre avrebbe limitato la lotta di classe alla difesa degli interessi operai. Negli anni Quaranta, durante e immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il fronte unito si ruppe e iniziò la guerra civile che, malgrado la schiacciante superiorità numerica del Kuomintang appoggiato dagli Stati Uniti, si concluse con il trionfo dell’Esercito popolare nel 1949.

c) Dal 1949 alla morte di Mao

I critici cinesi “di sinistra  dell’attuale regime sostengono che, già nel decennio successivo alla presa del potere, nel PCC sarebbe stata attiva un’ala di destra che aveva come obiettivo l’esautoramento di Mao. Tuttavia questa tesi non appare credibile ove si consideri la moderazione dei provvedimenti socioeconomici assunti in quel periodo, che ottennero l’approvazione dello stesso Mao: nel 1947, per esempio, nelle zone liberate venne attuata una riforma agraria che prevedeva l’espropriazione politica ma non l’espropriazione economica degli strati borghesi, e anche nelle città si evitò di colpire il capitale privato per non danneggiare la produzione, ridotta ai minimi termini dalla guerra civile. Il partito si trovò a dover fronteggiare una drammatica carenza di personale qualificato, perciò il consenso e le competenze della borghesia nazionale furono ritenute indispensabili e il rischio di una fuga di capitali e cervelli venne percepito come un pericolo mortale[3].Nei primi anni Cinquanta le scelte si radicalizzarono, ma senza rinunciare al criterio di una prudente progressività. La riforma agraria del 1950 ridistribuì 50 milioni di ettari a 300 milioni di contadini, ma evitò di applicare un principio di egualitarismo assoluto. Le nazionalizzazioni riguardarono soprattutto banche, ferrovie, industria pesante e commercio estero, mentre nel ‘53 si mise in cantiere, con il sostegno e la consulenza dell’Urss, il primo Piano quinquennale.

Nel 56 si celebrò l’VIII Congresso del Partito durante i quale sorsero contrasti fra Mao, che spingeva il pedale sulla collettivizzazione, e l’ala “moderata” di Zhou Enlai, Liu Shaoqi e altri che peroravano l’idea di una progressione più lenta e la necessità di dare priorità alla meccanizzazione dell’agricoltura. Nel contempo iniziarono le prese di distanza da Mosca: rifiutando la destalinizzazione, il PCC invitava a valutare errori e meriti del leader sovietico, senza buttare a mare un’intera fase storica. Arriviamo così al Grande balzo in avanti e ai disastri che ne seguirono fra la fine dei ‘50 e l’inizio dei ’60. A indurre Mao alla svolta non furono tanto motivazioni ideologiche, quanto considerazioni geopolitiche: la guerra di Corea aveva convinto Mao che gli Stati Uniti si preparassero ad attaccare la Cina, per cui riteneva necessario passare a una sorta di comunismo di guerra simile a quello adottato dai bolscevichi durante la guerra civile contro i Bianchi. Per resistere, si sarebbero dovute  bruciare le tappe del processo di transizione al socialismo nelle campagne e compiere un enorme sforzo di mobilitazione ideologica delle masse contadine. Si cercò soprattutto di procedere all’industrializzazione forzata disseminando migliaia di piccole imprese nelle Comuni popolari. I disastri provocati da questa svolta volontarista furono devastanti: dal ’58 al ’62 il Pil calò del 35% e la produzione cerealicola del 30% mentre, anche a causa di una serie di catastrofi naturali, si riaffacciò lo spettro della carestia provocando milioni di morti[4]. Fallito il grande balzo, Mao si fece in disparte, lasciando il compito di gestire la ricostruzione all’ala “destra” del partito. Ma pochi anni dopo lo scontro fra le due linee riprese più virulento che mai: convinto che solo una rivoluzione permanente avrebbe potuto impedire che la Cina “cambiasse colore”, il Grande Timoniere lanciò la Rivoluzione culturale: il bersaglio era la stessa maggioranza del PCC, accusata di avere imboccato la strada della restaurazione capitalista. Le guardie rosse (in maggioranza giovani studenti) sfuggirono tuttavia al controllo di chi le aveva scatenate, generando violenze generalizzate e provocando il collasso delle strutture del Partito e dello Stato, al punto che fu lo stesso Mao a imporre il ritorno alla normalità attraverso dure repressioni affidate all’esercito[5].

d) Gli anni delle riforme

Morto Mao (nel 1976), le sperimentazioni del decennio successivo alla vittoria della Rivoluzione divennero il modello di riferimento per l’ala “moderata” del PCC che tornò a controllare il partito sotto la guida di Deng. Le “quattro modernizzazioni” (agricoltura, industria, difesa nazionale, ricerca scientifica) auspicate da Zhou Enlai furono il faro che inspirò il rinnovato tentativo di mettere in atto una Nep in salsa cinese. La nuova filosofia del Partito escludeva fughe in avanti, e ripudiava l’idea di un egualitarismo che, nella migliore delle ipotesi, avrebbe prodotto una società unificata da condizioni di povertà condivise; il nuovo obiettivo strategico era garantire ai cittadini un tenore di vita decente e colmare il gap tecnologico con le potenze occidentali. Con centinaia di milioni di persone sotto la soglia della povertà, e con un Paese costretto a confrontarsi con i successi economici delle “tigri asiatiche”, era inevitabile prendere atto del principio secondo cui non può esistere libertà in assenza di libertà dal bisogno.

La marcia delle riforme ha attraversato diverse fasi. La prima – dal 1978 al 1989 – è quella in cui avvennero gli scostamenti più radicali nei confronti del passato maoista. La sperimentazione partì dalle campagne dove, ferma restando la proprietà collettiva della terra, venne creato un nuovo sistema di responsabilità che assegnava la gestione in affitto dei terreni già affidati alle Comuni alle singole famiglie contadine. Successivamente venne estesa la durata degli affitti e i contadini acquisirono la libertà di vendere i prodotti nei mercati liberi istituiti nelle città. Il reddito agricolo pro-capite aumentò così del 70% e la produzione del 7%. La novità più clamorosa fu tuttavia l’apertura delle zone speciali, che concesse alle multinazionali occidentali, giapponesi e taiwanesi di effettuare investimenti diretti nelle aree costiere, usufruendo di agevolazioni fiscali e di enormi masse di forza lavoro altamente qualificata e istruita a basso costo. È la fase in cui la Cina assunse il ruolo di “fabbrica del mondo”, da un lato, diventando la meta privilegiata dei processi di decentramento produttivo dell’Occidente capitalista, dall’altro lato inondando il mercato occidentale di merci di bassa qualità e poco costose che consentivano ai capitalisti di tenere bassi i salari degli operai dei propri Paesi, un incastro che alcuni hanno definito Wal Mart Economy[6] (dal nome della grande catena discount americana che vendeva questi prodotti made in China).

È in questo periodo che proliferano le accuse di restaurazione del capitalismo. Senza negare l’esistenza di gravi problemi sociali va tuttavia preso atto che il PCC: 1) non ha mai negato l’importanza delle conquiste dell’era maoista, in assenza delle quali lo sviluppo successivo sarebbe stato impossibile; 2) ha ripetutamente ribadito che la liberalizzazione economica e l’importazione di conoscenze tecnologiche e scientifiche non implicavano l’importazione dei valori occidentali; 3) ha infine sostenuto che scopo fondamentale dell’attrazione di capitali stranieri era impadronirsi di tecnologie, conoscenze, tecniche organizzative e gestionali che sarebbero state successivamente diffuse in tutto il Paese. Le contraddizioni che si accumularono in quegli anni generarono tensioni sociali e politiche esplose con la crisi del 1989, anno in cui emerse l’esistenza di una nuova classe imprenditoriale che invocava  riforme politiche finalizzate a rovesciare il regime comunista, un progetto fallito per l’incapacità del fronte borghese di sfruttare lo scontento operaio. La durezza con cui vennero represse queste tendenze dimostra come il principio della espropriazione politica dei ceti borghesi, fosse tuttora ritenuto pienamente valido.

Alla repressione nei confronti delle destre, culminate con i fatti di piazza Tienanmen,  non seguì un analogo comportamento nei confronti dello scontento popolare. Al contrario: nei vent’anni successivi le energie si concentrarono sull’obiettivo di recuperare il consenso delle masse. Escludendo qualsiasi importazione del modello occidentale basato sulla competizione elettorale fra partiti, si privilegiò una “democrazia consuntiva”, fondata sulla collaborazione fra forze politiche che condividono gli stessi obiettivi. A tale scopo si promosse la nascita di governi popolari eletti a suffragio diretto nelle circoscrizioni di base, dotati di poteri autonomi di controllo sulle ramificazioni provinciali del PCC; si valorizzò il ruolo della Conferenza consultiva del popolo che riunisce forze politiche e personalità indipendenti; si moltiplicarono i canali di consultazione fra organismi dello Stato, partiti, gruppi politici, organizzazioni di base. Ma soprattutto, a cavallo fra la fine dei Novanta e l’inizio del Duemila, venne lanciato lo slogan della “società armoniosa”, che allude alla necessità di ricomporre i conflitti innescati dallo sviluppo caotico dei decenni precedenti. Usciti da una fase di accumulazione accelerata, grazie alla quale si è superato il drammatico ritardo maturato durante gli sconvolgimenti sociali e politici degli anni Sessanta, era ora possibile spostare l’enfasi dall’aumento del Pil all’attenzione nei confronti degli interessi del popolo e alla cura di un ambiente messo a dura prova dai processi di industrializzazione e inurbazione.

L’obiettivo divenne coniugare modernità e sviluppo con i tradizionali valori socialisti. Così nel 2011 l’assicurazione sanitaria arrivò a coprire il 90% della popolazione, mentre è tuttora in atto lo sforzo di garantire a tutti, compresi i senza impiego, l’assicurazione di anzianità.  Si è finalmente ammessa la contrattazione collettiva per difendere l’occupazione e altri diritti dei lavoratori; i salari iniziarono a crescere significativamente; venne introdotto l’esonero fiscale per i redditi più bassi; si effettuarono massicci investimenti per riequilibrare le condizioni delle regioni povere, venne istituito il Ministero per la protezione ambientale; si è scommesso sull’innovazione tecnologica e scientifica e sull’aumento dei consumi interni, con l’obiettivo di cambiare il motore di una crescita più sostenibile e di trasformare la Cina da fabbrica del mondo a seconda potenza economica mondiale. A sostenere questa rapidissima evoluzione hanno contribuito i massicci investimenti diretti all’estero, destinati in primo luogo ai Paesi in via di sviluppo. Benché la via delle riforme imboccata da Deng non venga ripudiata, la marcia verso il socialismo di mercato in stile cinese non mette in discussione il ruolo strategico delle imprese di Stato, che coprono una quota maggioritaria degli IED (Investimenti Diretti all’Estero) e continuano a controllare i beni e servizi pubblici. La leadership di Xi Jinping è associata a un processo di verticalizzazione attorno alla figura del segretario e al recupero di una salda presa del PCC sulla cosa pubblica. Segnali di questa svolta sono il ritorno in auge delle campagne di verifica e rettifica, la lotta alla corruzione, un’etica improntata all’austerità (si condannano l’esibizione del lusso e le spese inutili), e la crescente contrapposizione ideologica con l’Occidente.

e) La politica estera della Cina Popolare

A guidare la politica estera cinese, malgrado le sue apparenti oscillazioni, e quelle che sono ad alcuni apparse stridenti contraddizioni sono stati quattro fattori di fondo sostanzialmente immutati dal 1949 ad oggi: 

1. Non  va dimenticato il peso di una millenaria tradizione pacifista che ha impedito all’Impero di mezzo di praticare una politica espansiva sul piano territoriale, colonizzando le nazioni vicine. Il pacifismo cinese non è di maniera, e lo certifica il fatto che i conflitti con India, Unione, Sovietica e Vietnam sono stati poco più che scaramucce di frontiera, mentre l’unica vera guerra – quella di Corea – è stata una guerra difensiva per impedire che gli Stati Uniti si spingessero fino al confine manciuriano.

2. La Cina non dimentica le umiliazioni subite dalle potenze occidentali e dal Giappone. Lo sviluppo economico e il quasi totale annullamento del ritardo tecnologico, scientifico e militare nei confronti dell’Occidente non bastano a fugare il timore che il passato possa ritornare. Da ex nazione colonizzata, protagonista di una vittoriosa lotta di liberazione, la Cina si è sempre sentita più vicina alle nazioni in via di sviluppo che alle grandi potenze. Ecco perché, da Mao a Xi passando per Deng, gli obiettivi prioritari della politica cinese sono sempre stati unità, sicurezza, sovranità e indipendenza. Ciò spiega le ragioni che hanno provocato i conflitti di frontiera sopra ricordati. Quello con la Russia, ad esempio, nacque dal fatto che la Cina rimproverava all’Unione Sovietica la mancata osservanza del principio di eguaglianza fra Paesi socialisti. Nel conflitto con l’India la posta in gioco era l’appoggio indiano all’irredentismo dei Lama, sostenuto anche dalle potenze occidentali. La necessità di garantire l’unità nazionale e la sicurezza dei confini è il filo rosso che lega la politica cinese sulle questioni del Tibet, dello Xinjiang, di Hong Kong e di Taiwan: per la Cina si tratta di mantenere la propria integrità territoriale, rigettando la politica occidentale che ne fa questioni di “diritti umani” per occultare il vero obiettivo che consiste nel costruire teste di ponte nel territorio cinese per indebolirne le difese.

3. Il contesto globale in cui la Cina inscrive la sua politica estera è sempre stato, e resta tuttora, quello dei rapporti con le nazioni di quello che un tempo si definiva Terzo Mondo, mentre oggi è il campo dei Paesi in via di sviluppo di cui i Brics rappresentano la punta di diamante. Finché è esistita l’Unione Sovietica si trattava di assumere la leadership dei Paesi poveri che rifiutavano di sacrificare la loro sovranità all’una o all’altra delle due superpotenze. Dopo il crollo del sistema socialista nell’Europa dell’Est e dopo la riduzione della Russia al rango di potenza regionale, l’obiettivo fondamentale è diventato contenere le pretese egemoniche degli Stati Uniti e il loro tentativo di costruire un mondo unipolare. Il rapporto con la Russia torna quindi ad essere fondamentale e lo sarà ancor più con l’acuirsi della guerra fredda e dopo la crisi ucraina, ma è soprattutto all’Africa che la Cina guarda come al teatro di un’iniziativa diplomatica, economica e politica che può rafforzarla nel confronto con l’Occidente. Questa offensiva economica e diplomatica nel continente africano, che Stati Uniti ed Europa cercano di presentare come una forma di imperialismo neocoloniale speculare a quello occidentale, ha successo grazie agli otto principi per l’aiuto economico (relazioni fondate sull’uguaglianza e sul vantaggio reciproco, rispetto della sovranità e del principio di non ingerenza negli affari interni, prestiti senza interesse o a basso interesse, aiuto allo sviluppo di economie indipendenti, investimenti su progetti immediatamente redditizi, fornitura delle migliori attrezzature cinesi, formazione dei tecnici locali, eguale trattamento tecnici cinesi e locali) che offrono un’alternativa credibile agli aiuti gestiti dall’FMI e dalla Banca che hanno costruito la trappola dei debiti sovrani.

4. La Cina non rivendica l’egemonia mondiale, non vuole sostituirsi agli Stati Uniti in quanto superpotenza dominante, punta semplicemente a riformare il sistema internazionale in senso multipolare. Il che non impedisce agli Stati Uniti di percepirla come una minaccia mortale, al punto che Donald Trump, ma ancor più Joe Biden, hanno assunto un atteggiamento che non può essere definito altrimenti che come una nuova Guerra Fredda combattuta su più fronti: dall’accusa di aver provocato la pandemia del Covid19, alle denunce di violazioni dei diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang; dalle provocazioni nelle acque del Mar Cinese Meridionale alle minacce di intervento militare a sostegno di Taiwan.

3. La Cina è totalitaria?

Le accuse di totalitarismo, di disprezzo per le regole e i principi democratici nonché per i diritti umani nei confronti della Cina sono un mantra che media, governi e partiti occidentali ripetono ossessivamente. Daniel Bell[7], uno studioso canadese che da anni vive e insegna in Cina parte da un dato di fatto: il sistema cinese rappresenta la definitiva smentita della tesi secondo cui la democrazia liberale di tipo occidentale è il sistema verso cui tutti i Paesi evolvono “naturalmente”, a mano a mano che al loro interno si sviluppa un’economia di mercato e si raggiungono diffusi livelli di benessere. Tutte le ricerche rivelano che i cittadini cinesi  non condividono la nostra concezione “procedurale” di democrazia, ma si preoccupano soprattutto delle conseguenze che un determinato sistema politico è in grado di produrre per le loro vite e i loro interessi. Per il cinese comune, la democrazia si misura in relazione al livello di sicurezza che lo Stato-partito è in grado di garantire, al fatto se fa gli interessi della maggioranza del popolo, il che fa sì che il livello di legittimità del sistema politico cinese, grazie ai risultati ottenuti in termini di lotta alla povertà, aumento dei livelli di reddito e delle opportunità di accesso ai servizi sociali nella seconda fase del processo riformista, è molto più elevato di quello che i cittadini dei Paesi occidentali riconoscono ai rispettivi governi. 

Gli argomenti con cui il PCC e i media cinesi replicano alle accuse occidentali di totalitarismo e violazione dei diritti civili e individuali, suonano più convincenti a mano a mano che la crisi delle democrazie occidentali si aggrava. Lo stesso ideale del suffragio universale comincia a subire un processo di desacralizzazione: a finire nel mirino della critica oggi non è più tanto e solo il rischio di una “tirannide della maggioranza” che inquietava Alexis de Tocqueville, bensì il fatto che la maggioranza dei cittadini è consapevole di non avere più alcun potere sul governo e del fatto che l’utilità del voto individuale è pari a zero. Del resto il peso soverchiante delle élite e delle lobby economiche e finanziarie nelle decisioni strategiche dei regimi liberali è sotto gli occhi di tutti: infime minoranze sono in grado di esercitare un’enorme influenza sul processo politico, imponendo scelte che vanno a esclusivo beneficio dei propri interessi.

Ciò detto, è falso che in Cina non esista alcun tipo di democrazia. Nel 1982 i comitati di villaggio e dei residenti sono stati istituzionalizzati come organismi di governo autonomo delle masse.  A partire dal 1988 il governo ha introdotto elezioni dirette nei villaggi per combattere il fenomeno della corruzione, e dieci anni più tardi le elezioni dei comitati di villaggio sono divenute obbligatorie. Le candidature a queste elezioni locali non sono riservate al PCC e alle sue organizzazioni ma aperte a candidati indipendenti cui vengono demandate anche funzioni di controllo sulle strutture locali del partito, per cui siamo di fronte forme di democrazia diretta e partecipativa. Ancora: nell’Assemblea Nazionale del Popolo, il Parlamento cinese, sono presenti altre formazioni politiche e rappresentanze delle minoranze etniche. Infine le classi operaie e contadine cinesi, a prescindere dal loro coinvolgimento formale nelle procedure di governance, sono tutt’altro che prive di voce: quando ritengono che i loro interessi non siano riconosciuti, lottano fino a imporre ai vertici cambiamenti di linea politica.

Per definire questo complesso sistema di governance Bell utilizza la formula di “meritocrazia democratica verticale” e ce ne spiega il significato descrivendo  le procedure di selezione della leadership politica. Come nell’antica Cina imperiale, il sistema ha lo scopo di selezionare una élite attraverso esami e valutazioni delle prestazioni ai livelli di governo locali. La proverbiale durezza e competitività dei percorsi universitari è il primo ostacolo che devono affrontare tanto i candidati alla carriera politica quanto quelli alla carriera statale. Il passo successivo consiste nei non meno impegnativi esami per il pubblico impiego, dopodiché si può accedere ai livelli più bassi di governo, e ogni successiva promozione dipende esclusivamente dalla qualità delle prestazioni realizzate. Questo percorso a ostacoli dura a volte tutta una vita, il che fa sì che ai vertici approdino generalmente i quadri più anziani, ma ciò non viene considerato negativamente, nella misura in cui l’etica confuciana associa qualità come l’autocoscienza, il senso del limite e l’empatia con l’esperienza di vita accumulata, per cui si presume che i leader politici abbiano imparato a vivere per la politica e non di politica.

Fabio Massimo Parenti aggiunge a tutto ciò le sue riflessioni sul ruolo della Consulenza Consultiva Politica del Popolo Cinese (CCPPC) organismo in cui siedono rappresentanti di varie componenti della società civile (giornalisti, imprenditori, ricercatori, ecc.) e che ha il compito di elaborare analisi e fare proposte per le autorità. Da questa attività derivano piani di sperimentazione per nuove politiche, messa a fuoco di strategie di lungo termine e processi di pianificazione. Tenuto conto di tutte le articolazioni della complessa struttura che siamo fin qui venuti descrivendo, è chiaro che non ci troviamo di fronte a un rigido apparato burocratico paragonabile a quello dei regimi del blocco sovietico bensì a un sistema flessibile in cui le interazioni scorrono sia verso il basso che verso l’alto e, all’occorrenza, anche in senso trasversale. 

4. La Cina è capitalista?

La Cina non è forse capitalista? Non è piena di miliardari che esibiscono le loro ricchezze? Larghi strati della sua popolazione non si abbandonano al consumismo più sfrenato? Le più grandi società multinazionali non si installano sul suo territorio per sfruttare la mano d’opera a buon mercato ed esportare i propri prodotti in tutto il mondo? Le imprese private cinesi non sono presenti sui mercati mondiali? I meccanismi di mercato non vi sono stati riattivati a partire dalle riforme del 1978? Così Herrera e Long[8] elencano i luoghi comuni che gli intellettuali occidentali, di sinistra e di destra, diffondono sulla natura della società cinese. In effetti, fatta eccezione per Arrighi e pochi altri autori, il coro delle condanne è quasi unanime. E conta anche diverse voci cinesi. La sociologa Pun Ngai[9], per esempio, prende di mira il concetto di società armoniosa elaborato dai vertici post maoisti definendolo una foglia di fico dietro cui il regime nasconde la sua rinuncia a difendere gli interessi di un classe operaia lasciata in balia delle brame di profitto degli investitori stranieri. Minqi Li, attribuisce il successo dell’economia cinese alla piena integrazione nel mercato capitalistico globale. Pressato dall’aumento dei costi e dal conseguente calo del saggio di profitto, il capitalismo reagisce espandendo il suo dominio su aree geografiche sempre più vaste e la Cina è stata la sua ultima conquista, dalla quale ha tratto innumerevoli benefici: la crescita della Cina e la sua integrazione nell’economia capitalista mondiale hanno infatti massicciamente accresciuto l’esercito mondiale di riserva della forza lavoro a buon mercato, consentendo ai capitalisti dei centri metropolitani di ricattare le proprie classi lavoratrici; le esportazioni cinesi di merci a buon mercato hanno consentito di ridurre i costi di riproduzione della forza lavoro occidentale; l’aumento del PIL cinese ha contribuito all’accelerazione della crescita mondiale operando come motore dell’economia globale; infine la Cina ha finanziato il deficit americano acquistando enormi quantità di titoli del debito pubblico.

David Harvey ha invece parzialmente rettificato il crudo giudizio emesso allorché aveva usato il termine neoliberismo in stile cinese. Tornando sul tema nel suo ultimo libro[10], prende le mosse da una constatazione: la quota di mercato di Apple in Cina si è ridotta ad un mero 7% cedendo terreno nei confronti  di aziende informatiche cinesi di cui nessuno aveva sentito parlare prima del 2010. Il caso Apple, argomenta, conferma che quanto sta accadendo in Cina sarà determinante per lo sviluppo capitalistico globale. O meglio: è già stato determinante, visto che dopo crisi del 2007-08 il capitalismo si è salvato dal collasso grazie all’espansione dell’economia cinese. Se l’economia cinese fiorisce, il resto del mondo fiorisce , se entra in recessione ciò ha un impatto enorme sull’evoluzione del capitale. Ciò detto si concentra sulla inevitabilità delle scelte effettuate da Deng nel 1978. A quel tempo l’economia cinese era stagnante e la Banca Mondiale nel 1980 stimava che 850 milioni di persone vivevano in situazioni di estrema povertà. Inoltre la Cina era circondata da paesi che si stavano sviluppando velocemente, e che miglioravano il loro tenore di vita molto rapidamente come il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan, che i cinesi considerano parte della Cina.  A quel punto il PCC  ha realizzato che, per dirla con Marx, la libertà inizia solo quando non si vive più nella  necessità. Prima di incamminarsi sulla via di sviluppo, la Cina doveva soddisfare le necessità della popolazione. È in questo contesto che si decise di introdurre le forze di mercato nell’economia. La Banca Mondiale ha stimato che nel 2014 gli 850 milioni di persone in condizioni di povertà estrema del 1980 erano scesi a 40 milioni. Più recentemente, la Cina prevede di ridurre a zero la povertà nel paese entro il 2022. Qualunque cosa si possa pensare, non c’è dubbio che il tenore di vita delle persone, il loro accesso a merci, beni e servizi è aumentato in modo sostanziale. Inoltre la crisi conseguente alla perdita di competitività di molte industrie di stato è stata superata brillantemente: mentre la perdita netta di posti di lavoro a causa del crollo del 2007-08 negli Stati Uniti è stata di circa 14 milioni di persone, in Cina è stata di soli 3 milioni perché sono stati creati 27 milioni di posti di lavoro in un anno e mezzo. In realtà, aggiunge Harvey, era già in atto un’enorme trasformazione dell’occupazione e si è riusciti a raddoppiarla per far fronte alla crisi. Come hanno fatto? Non potevano creare posti di lavoro nelle industrie di esportazione, perché o non esistevano più o stavano per fallire. Quindi hanno ampliato gli investimenti infrastrutturali, in particolare nel settore delle costruzioni Dopo il 2007-08 la Cina ha triplicato il suo consumo di cemento e, tra il 2009 e il 2012 circa, ha consumato più cemento in due o tre anni rispetto a quello consumato dagli Stati Uniti in cento anni. Socialismo o capitalismo in stile cinese? Invece di rispondere Harvey pone a sua volta due domande: “in che misura il futuro del socialismo dipende da ciò che sta accadendo in Cina e, se così fosse, che tipo di socialismo sarà?” e ancora: “il futuro del socialismo nel mondo sarà determinato da ciò che potrebbe accadere in Cina, da questa trasformazione programmatica della sua economia verso un’economia presumibilmente socialista con caratteristiche cinesi?” Dopodiché confessa di non saper rispondere chiaramente.

Passiamo ad  analizzare gli argomenti degli autori che non hanno dubbi sulla natura socialista della Cina. Le loro tesi si organizzano generalmente attorno ai seguenti nodi tematici : quali specificità fanno della Cina un caso unico; quali e quante forme di proprietà convivono nell’economia cinese; che definizioni si possono dare del tipo di socialismo esistente in Cina; in base a quali parametri lo si può definire socialista; in cosa differisce l’esperienza cinese da quella sovietica e quali obiettivi strategici persegue il PCC.  Parto da quelle che Gabriele[11] definisce le otto differenze cruciali della Cina: 1) non è una nazione in senso convenzionale ma uno stato-civilizzazione; 2) le sue relazioni con gli altri Paesi dell’Asia Orientale non sono mai stati finalizzati a imporre un dominio  coloniale, ma piuttosto a costruire un sistema di stati tributari fondato sull’interesse reciproco; 3) l’attitudine dei cinesi Han nei confronti del problema razziale è diversa – meno aggressiva – da quella di altri popoli, meno omogenei sul piano etnico e culturale; 4) la Cina, a differenza di altri stati-nazione, tende a operare su un piano continentale; 5) in Cina non esiste una fede religiosa in grado di contendere il primato alla politica; 6) la sua esperienza di modernità è assai diversa da quella occidentale; 7) il sistema politico cinese contempla un unico partito, il PCC, ma questo partito è molto più pragmatico, flessibile e pluralista al proprio interno di quello sovietico (caratteristiche legate all’eredità confuciana); 8) la Cina condividerà per un lungo periodo a venire le caratteristiche di un Paese sviluppato con quelle di un Paese in via di sviluppo. Volendo sintetizzare, si potrebbe dire che la politica e la cultura cinese sono laiche, pragmatiche, realistiche, lungimiranti, esenti da tentazioni razziste ed espansioniste, aperte all’innovazione entro i limiti tracciati dal rispetto della tradizione.

Herrera e Long integrano questo elenco evocando il percorso storico del tutto peculiare attraverso il quale il popolo cinese ha portato a compimento la sua impresa rivoluzionaria. La Rivoluzione cinese è stata, in tre fasi successive, antifeudale, antigiapponese e socialista e il suo protagonista principale, se non esclusivo, è stata una classe contadina che lottava per la ridistribuzione delle terre e il miglioramento delle condizioni di vita nelle campagne, ma a guidarla è stato un partito ispirato al marxismo leninismo e all’esperienza della Rivoluzione russa, dando origine a una peculiare fusione di sentimento nazionale, valori tradizionali e utopia socialista.  Se si ignorano questi fattori, non si può capire che l’eccezionale dinamismo dell’economia cinese dopo le riforme non può essere addebitato alla sua apertura al mercato capitalistico mondiale, ma va messo piuttosto in relazione con il fatto che la Rivoluzione ha riattivato i fattori “classici” che avevano generato la ricchezza della Cina premoderna. Il che è confermato dal fatto che l’economia cinese era già molto più dinamica di quella di tutti gli altri Paesi socialisti prima delle riforme del 1978: “la crescita non sarebbe avvenuta senza le realizzazioni del periodo maoista e l’apertura è stata fermamente controllata dalle autorità politiche che seguivano una precisa strategia di sviluppo, in assenza della quale, l’apertura avrebbe condotto alla destrutturazione dell’economia nazionale come avvenuto in molti paesi del Sud e dell’Est del mondo”. Di più: l’attenzione del mondo occidentale, quando si parla del “miracolo” cinese, si concentra esclusivamente sulle imprese giganti – pubbliche o private – che in tempi brevissimi sono cresciute fino a conquistare consistenti fette del mercato globale, ma ciò significa, argomentano Herrera e Long,  ignorare il contributo decisivo della miriade di piccole imprese che fanno parte di un’economia artigianale più che capitalistica. Significa inoltre ignorare che le imprese di stato non seguono la logica della massimizzazione del profitto e che nel Paese sussistono forme di proprietà collettiva non statuale. Sia Gabriele che Herrera e Long insistono sull’importanza della presenza di un ampio ventaglio di forme proprietarie: imprese statali, cooperative e di proprietà collettiva, oltre a ibridi come le imprese di città e di villaggio e le imprese miste a controllo statale[12]. Le imprese di villaggio, in particolare, hanno svolto un ruolo strategico nella transizione fra il modello socialista centralizzato e l’attuale economia mista. Il processo messo in atto dalle riforme della fine degli anni Settanta ha generato un continuum di forme proprietarie che sfugge alla classificazione tradizionale che distingue fra proprietà statale, controllo statale, società per azioni, imprese private nazionali e straniere, anche perché spesso le grandi imprese cinesi sono un mix di tutte queste forme.

In questo complesso contesto assumono particolare rilievo i casi della terra e delle banche. Quando ci si chiede se in Cina prevale o meno la proprietà pubblica, si tende a guardare prevalentemente, se non esclusivamente, all’industria manifatturiera, dimenticando che in Cina è cruciale la questione della proprietà della terra. La Cina, scrivono Herrera e Long, è uno dei pochi Paesi che ha assicurato l’accesso alla terra per la maggioranza delle sue vaste masse contadine. Ebbene, malgrado anche nelle campagne le riforme abbiano introdotto limitate possibilità di privatizzazione, tutti concordano sul fatto che la proprietà pubblica continua a essere predominante sia in termini qualitativi che quantitativi. Quanto alle banche, se è vero che il sistema finanziario cinese ha concesso la quotazione in borsa delle imprese e la penetrazione di banche straniere, è altrettanto vero che la maggioranza del sistema bancario resta sotto controllo statale, il tasso di interesse resta in larga misura amministrato, la Banca centrale cinese è tutto fuorché indipendente e alle imprese straniere è vietato emettere azioni in yuan sul mercato interno. Accorgimenti che hanno fatto sì che la Cina sia riuscita (in barba alle profezie della Gaulard) a  non importare la crisi finanziaria del 2008. Sulla base di quanto fin qui argomentato, Zhang Boyng[13] conclude: la proprietà statale e collettiva cinese domina l’economia, l’economia pubblica svolge un ruolo di primo piano, la terra è ancora soggetta alla proprietà statale, lo sviluppo dell’economia privata viene incoraggiato ma permangono la pianificazione e il controllo macroeconomico sia pure tramite mezzi indiretti, quindi è evidente che la Cina usa il capitalismo non come fine a se stesso ma come mezzo per raggiungere un obiettivo.

Ammesso, che la Cina sia un paese socialista, resta da chiarire  di che tipo di socialismo si tratti. Se sollecitati a “tradurre” il concetto di socialismo con caratteristiche cinesi in una definizione meno generica, gli autori cinesi usano due formule: socialismo di mercato o socialismo con mercato; Herrera e Long le considerano in qualche modo intercambiabili; viceversa Gabriele preferisce usare una terza definizione, vale a dire economia socialista di mercato, in quanto ritiene che le prime due evochino un modello generico, astratto, laddove la terza “è un’economia che esiste concretamente nel mondo reale, benché non al si possa considerare socialista al 100%”. Zhang Boyng parla anche di relazione creativa e simbiotica fra Stato e mercato. L’obiettivo della Rivoluzione cinese, scrive, era la modernizzazione agricola scientifica e tecnologica  ma seguendo una via diversa da quella sovietica: occorreva avere l’agricoltura come base e l’industria come settore trainante, prestare attenzione alla produzione artigianale e i contadini non dovevano essere privati del frutto del loro lavoro in nome di un astratto egualitarismo. Così si è riusciti a far crescere rapidamente il tenore di vita delle masse evitando di collassare come è successo all’Unione Sovietica, al tempo stesso la Cina, avendo sempre avuto un sistema economico nazionale autonomo e indipendente, non è caduta sotto l’egemonia occidentale com’è capitato a molti Paesi in via di sviluppo.

Tutte queste definizioni e distinguo possono suonare astruse  alle orecchie dei marxisti occidentali, per cui risulta particolarmente utile la riflessione di un autore come Vladimiro Giacché che, invece di mettere a confronto socialismo sovietico e cinese, preferisce evidenziare le differenze fra quest’ultimo e la concezione “classica” marx-engelsiana che ha orientato l’intera elaborazione marxista novecentesca. Com’è noto, Marx non fu mai prodigo di anticipazioni su quelle che, secondo lui, avrebbero dovuto essere le caratteristiche di una società socialista[14]; l’unica eccezione in tal senso fu la Critica al Programma di Gotha, un testo che aveva, fra gli altri scopi, quello di fare chiarezza sulla questione del socialismo che era allora oggetto di divergenze all’interno del Partito Socialdemocratico tedesco. Oltre che da quel testo, Giacché prende le mosse dall’ Anti Duhring di Engels[15] che ne riprese i concetti fondamentali qualche anno dopo. In quel lavoro si affermava chiaramente che il socialismo non è caratterizzato solo dalla socializzazione dei mezzi di produzione, ma anche dalla fine della produzione mercantile e dei rapporti monetari. In poche parole: quelle che più tardi verranno descritte come caratteristiche del comunismo realizzato, vengono qui già attribuite al socialismo in quanto prima fase del comunismo. Per Engels, insomma, il passaggio dell’umanità dal regno della necessità al regno della libertà si compie già nella società socialista e questo punto di vista, sottolinea Giacché, era condiviso tanto da Marx quanto da esponenti di primo piano della Socialdemocrazia tedesca e della Seconda Internazionale quali Kautsky e Hilferding; né verrà messo in discussione da Bucharin e Lenin negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione del 1917.

Fino al 1919/20 Lenin pensava ancora che al monopolio di stato sul commercio sarebbe dovuta subentrare la sostituzione totale del commercio con la distribuzione organizzata secondo un piano. Tuttavia, già  negli anni 1921-23, Lenin criticò le tesi  di coloro che sostenevano che si sarebbe potuti passare direttamente al socialismo senza un periodo di transizione, dopodiché finì per ammettere che tale fase di transizione sarebbe stata lunga e caratterizzata dal persistere di rapporti mercantili e monetari. Passando alla Cina, Giacché ricorda che l’abolizione di merce e denaro non è mai avvenuta neppure nell’era maoista. Vi fu sì un tentativo di costruire un sistema pianificato di produzione diretta di valori d’uso senza passare dalla forma merce e dal denaro,  ma fu proprio in seguito al suo esito fallimentare che il PCC si convinse dell’impossibilità di liquidare completamente il processo di riproduzione del capitale in forma monetaria. Ergo: “se la scomparsa della produzione mercantile è assunta quale unico parametro del carattere socialista di una società, non può  considerarsi tale né la Cina di Mao, né tantomeno quella di Deng e dei successori”.

Quest’unico criterio basta a invalidare gli argomenti a sostegno della tesi del carattere socialista della società cinese addotti dagli autori analizzati in questo capitolo, a partire dal fatto che il PCC controlla pienamente il potere politico, e dichiara che la Cina è socialista perché è questo l’obiettivo che il partito si propone di realizzare è irrilevante? Giacché risponde citando le parole di un discorso di Lenin del 1918: “Noi siamo lontani anche dalla fine del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo (…). Noi sappiamo quanto sia difficile la strada che porta dal capitalismo al socialismo, ma abbiamo il dovere di dire che la nostra repubblica dei soviet è socialista, perché noi ci siamo avviati su questo cammino. Si ha dunque ragione di dire che il nostro Stato è una repubblica socialista dei soviet”. Non hanno i cinesi lo stesso diritto di proclamare il carattere socialista della Repubblica Popolare cinese? Giacché ne è convinto, anche se, scrive, resta da sciogliere un dubbio: la Cina è un Paese in transizione verso un modello già proprio di altri Paesi o piuttosto un modello a sé stante? “Probabilmente, conclude, la risposta corretta a questa domanda è la seconda”. Il che ci riconduce alla intuizione di Giovanni Arrighi con cui abbiamo inaugurato questo capitolo: la Cina può essere compresa solo considerando la sua storia attuale in continuità con la sua storia millenaria, e il tipo di socialismo che tale storia ha generato è una chiara dimostrazione del fatto che il capitalismo descritto da Marx non è il destino necessario che tutti i Paesi del mondo devono subire prima di incamminarsi verso altre forme di civiltà.   

Riferimenti

AAVV, Economia della rivoluzione, raccolta di testi di Lenin a cura di V. Giacché, il Saggiatore, Milano 2017.

G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007 (nuova edizione in Meltemi, Milano 2022)

Samir Amin, L’implosion du capitalisme contemporain, Nouvelles Editions Numeriqués Africaines, Dakar 2014 e, con lo stesso editore, Classe et nation,  Dakar 2015.

D. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, Luiss, Roma 2019.

D. A. Bertozzi, Cina popolare. Origini e percorsi del socialismo con caratteristiche cinesi (Prefazione di Vladimiro Giacché), Edizioni l’Antidiplomatico 2021.

F. Engels, Antiduhring, Editori Riuniti, Roma 1971.

G. Gabellini, Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense, Mimesis, Milano-Udine 2021.

A. Gabriele, Enterprises, Industry and Innovation in the People’s  Republic of China. Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War, Springer, Berlino 2020.

V. Giacché, “Socialismo e fine della produzione mercantile nell’Anti-Duhring di Friedrich Engels” in MarxVentuno, n.1, gennaio-febbraio 2021, vedi anche, dello stesso autore, “L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea, in AAVV, Più vicina. La Cina del XXI secolo, a cura di P. Ciofi, Roma 2020.

D. Harvey, The Anti-Capitalist Chronicles, Pluto Press, London 2020.

R. Herrera, Z. Long, La Chine est-elle capitaliste?, Editions Critiques, Paris 2019.  (Una versione italiana è ora disponibile per i tipi di Marx21).

D. Losurdo, la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2013; Il marxismo occidentale, op. cit.; La questione comunista, Carocci, Roma 2021.

Minqi Li, The Rise of China and the Demise of the Capitalist World Economy, Pluto Press, London 2008.

F. M. Parenti, La via cinese, Meltemi, Milano 2021.

Pun Ngai, Morire per un Iphone, Jaca Book, Milano 2016.

Zhang Boyng, Il socialismo con caratteristiche cinesi. Perché funziona? Marx21, 2019.


[1] Secondo Arrighi il ruolo delle imprese di municipalità e di villaggio nel boom cinese potrebbe essere stato altrettanto cruciale di quello attribuito alle grandi aziende a integrazione verticale negli Stati Uniti di fine Ottocento.

[2] Nelle pagine che seguono farò riferimento al libro di A.D. Bertozzi Cina popolare. Origini e percorsi del socialismo con caratteristiche cinesi (Prefazione di Vladimiro Giacché), Edizioni l’Antidiplomatico 2021

[3] Furono considerazioni analoghe a indurre Lenin a imboccare la via della Nep, respingendo le critiche degli estremisti di sinistra.

[4] Il neo maoista Minqi Li insiste sulle cause naturali del fallimento del Grande balzo in avanti, mentre punta il dito contro i presunti sabotaggi da parte dell’ala destra del Partito.

[5] L’entusiasmo delle sinistre radicali occidentali per gli slogan maoisti toccò il vertice proprio in occasione della Rivoluzione culturale. Questa proiezione ideologica scattò in assenza di una effettiva conoscenza della realtà politica, economica e culturale cinese, il che fece sì che, finita la Rivoluzione culturale, si diede per scontato che la Cina si fosse incamminata, al pari dell’Unione Sovietica, sulla via della restaurazione del capitalismo.

[6] A usare questa definizione è stato, fra gli altri, G. Arrighi. Altri marxisti occidentali hanno utilizzato questa “divisione del lavoro” fra Stati Uniti e Cina come argomento decisivo per dimostrare la piena integrazione di Pechino nel sistema capitalistico mondiale.

[7]D. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, Luiss, Roma 2019.

[8]R. Herrera, Z. Long, La Chine est-elle capitaliste?, Editions Critiques, Paris 2019.  (Una versione italiana è ora disponibile per i tipi di Marx21).

[9]Pun Ngai, La società armoniosa, Jaka Book, Milano 2012.

[10]Cfr. D. Harvey, The Anti-Capitalist Chronicles, Pluto Press, London 2020.

[11] Cfr. A. Gabriele, Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of Cina, Springer, Berlino 2020.

[12]Alcune imprese nominalmente private come Huawei, scrive Gabriele, hanno strutture proprietarie che le rendono simili alle imprese statali, ma capita anche il contrario.

[13]Zhang Boyng, Il socialismo con caratteristiche cinesi. Perché funziona? Marx21, 2019.

[14]In effetti Marx distingueva far due fasi del comunismo: la prima caratterizzata dalla remunerazione di ognuno secondo il suo lavoro, la seconda sintetizzata dallo slogan “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. Da Lenin in poi, ricorda Giacché, queste due fasi sono state denominate socialismo e comunismo. 

[15]Cfr. F. Engels, Antiduhring, Editori Riuniti, Roma 1971.